Carlo Scarpa e l’eco del Giappone
Ci sono architetture che non si attraversano soltanto: si ascoltano, si osservano lentamente, si abitano con lo sguardo. Il lavoro di Carlo Scarpa appartiene a questa dimensione di silenzi, di luce misurata e di un dialogo costante tra spazio, materia e tempo.
Tra le molte influenze che hanno nutrito la sua ricerca, il Giappone occupa un ruolo centrale. Non come citazione esplicita o decorativa, ma come modo di pensare lo spazio e l’esperienza di chi lo vive.
Carlo Scarpa e Luciano Gemin
Carlo Scarpa e il Giappone: un incontro che cambia lo sguardo
Nel corso della sua vita, Carlo Scarpa ebbe l’opportunità di visitare il Giappone in due occasioni. Un’esperienza decisiva, che gli permise di entrare in contatto diretto con una cultura architettonica fondata sull’equilibrio, sull’attenzione al dettaglio e su una relazione profonda con la natura.
Già prima di questi viaggi, Scarpa era un attento osservatore dell’arte e della cultura giapponese, conosciute attraverso oggetti, collezioni e testi. Ma è il contatto diretto con templi, padiglioni e giardini a trasformare questa conoscenza in esperienza vissuta, capace di incidere profondamente sul suo modo di progettare.
Uno degli aspetti che più colpì Scarpa fu il ruolo della luce. Non una luce uniforme o invadente, ma filtrata, modulata, capace di costruire atmosfere diverse nel corso della giornata.
Nella cultura giapponese, la luce dialoga costantemente con l’ombra. Come racconta Jun’ichirō Tanizaki nel celebre Elogio dell’ombra, la bellezza non risiede nell’eccesso di luminosità, ma nella sua capacità di suggerire, di lasciare spazio al non detto.
Questo principio diventa centrale anche nell’architettura di Scarpa, dove luce, materia e spazio concorrono a creare un’esperienza sensoriale e contemplativa.
Il Memoriale Brion: spazio, natura e meditazione
Il progetto della Tomba Brion a San Vito d’Altivole rappresenta uno dei momenti più alti di questo dialogo tra Scarpa e il Giappone. Qui si ritrovano riferimenti alla struttura dei templi orientali, alla relazione profonda tra architettura e paesaggio, all’uso dell’acqua come elemento simbolico e meditativo.
Non si tratta mai di imitazione diretta, ma di rielaborazione consapevole. Scarpa assorbe principi, li filtra attraverso la propria sensibilità e li restituisce in una forma nuova, personale, profondamente radicata nel contesto occidentale.
Memoriale Brion, esterno, ph credits Veneto Secrets
La Gypsotheca di Possagno e il dialogo con il paesaggio
Anche nell’intervento alla Gypsotheca di Possagno, Carlo Scarpa mette in pratica questa visione dello spazio come esperienza. Le grandi superfici vetrate, i filtri architettonici, la relazione costante con il paesaggio circostante costruiscono un ambiente che muta con il passare delle ore e delle stagioni.
Le finestre sono vere e proprie soglie: elementi che ricordano, per funzione e sensibilità, gli shōji giapponesi, capaci di modulare la luce e trasformare lo spazio in un luogo di osservazione lenta e consapevole.
Visitare oggi la Gypsotheca significa entrare in questo dialogo silenzioso tra arte, architettura e natura. Uno spazio che invita a rallentare, a soffermarsi, a percepire il museo come parte integrante dell’esperienza artistica.
È in questa attenzione al dettaglio, alla luce e al tempo che l’eredità di Carlo Scarpa continua a parlarci, suggerendo un modo diverso di abitare il museo e di guardare l’arte: con rispetto, curiosità e consapevolezza.
Ala Scarpa, Museo Gypsotheca Antonio Canova, Possagno