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Aperto domani 09:30-18:00

Il restauro della Venere con Fauno

11/10/2022

La Venere con fauno, datato 1792, opera di Antonio Canova, è un dipinto ad olio su preparazione chiara, probabilmente gesso e colla (di spessore abbastanza consistente), e supporto in tela, presumibilmente di lino.  Il dipinto raffigura una Venere nuda stesa su un divano riccamente decorato all’antica; viene colta nel momento in cui si scopre le gambe e, ai suoi piedi, sbuca un fauno dallo sguardo ammiccante, totalmente attratto dalla donna.  L’opera fu realizzata dall’Artista nel suo primo soggiorno romano e si possono notare evidenti riferimenti all’arte veneziana di Giorgione e Tiziano. La posa della Venere con fauno verrà poi utilizzata per Paolina Bonaparte come Venere Vincitrice, eseguita nel 1804-1808, statua che rappresenta la sorella di Napoleone come Venere vincitrice con il pomo di Paride nella mano sinistra, eseguita su commissione del marito, il principe Camillo Borghese.

“Questo dipinto necessitava di un restauro in quanto la superficie pittorica era molto irregolare, con crettatura ampia e marcata; in diversi punti il colore era sollevato e distaccato dal supporto, denunciando una situazione di precario equilibrio che faceva presagire la caduta di porzioni di policromia. ”

Nel complesso si avvertiva un effetto disordinato anche a causa delle vernici disomogenee che, in alcune zone di maggior accumulo, formavano delle macchie giallastre. In diverse aree erano presenti prosciughi e parti lucide, molto evidenti nell’angolo in basso a sinistra.
La pellicola pittorica era inoltre offuscata dalla polvere di deposito e da pesanti ritocchi cromaticamente alterati. Si notavano dei piccoli riquadri più opachi, probabili tasselli di pulitura eseguiti in un recente intervento. La cornice riportava alcune sbeccature e cadute di preparazione e doratura, abrasioni e sporco di deposito. Nella fascia superiore, era evidente un riquadro dalla superficie diversa: possibile tassello di pulitura che però sembrava aver abraso la superficie dorata.

Quest’opera aveva già subito degli interventi di restauro in passato; il dipinto infatti risulta essere stato rifoderato, in altre parole, la tela è stata incollata su un secondo tessuto. Inoltre, sono presenti quattro lacune con toppe sul retro, sopra la foderatura, fatto anomalo che fa pensare a dei danni di guerra. L’ipotesi è che sia stata danneggiata in modo violento e successivamente riparata.

Il restauro, inteso come intervento diretto sui manufatti che ha come finalità il recupero del significato storico-artistico dell’opera, cioè la sua leggibilità, garantendo il recupero o mantenimento della sua integrità fisica originale, diventa necessario quando, ad esempio, la colorazione originale del dipinto risulta alterata e diventa sempre più complicato osservare il colore scelto dall’artista. In questo particolare caso, l’opera presentava delle visibili lacune ed era molto ingiallita: gli interventi hanno previsto, ad esempio, l’applicazione di stucco sulle lacune e la rimozione dell’alterazione gialla dei pigmenti con apposito solvente.

Tra i principali fattori che possono rovinare un dipinto troviamo la sua conservazione: quindi l’esposizione a intemperie, all’umidità, a fonti di calore o ai raggi uv della luce del sole che alterano la vernice. Altro motivo principale di danni riportati sono precedenti restauri non adeguati, dovuti spesso a tecniche vetuste. Un fattore che ha contribuito a deteriorare l’opera, in questo specifico caso, è stato l’uso consistente di essiccativo, sostanza utilizzata dall’artista per velocizzare i tempi di asciugatura dei colori ad olio. Canova ne utilizzò in grande quantità, ma non era probabilmente a conoscenza degli effetti collaterali a lungo termine. L’uso di questa sostanza è stata causa principale delle crettature presenti nel quadro. Quest’ultime sono presenti maggiormente nelle zone rosse in quanto composte da pigmenti terrosi e perciò più predisposti a subire crettature nel tempo.

Ma come si restaura un dipinto? Quali sono gli interventi e qual è l’ordine dei vari procedimenti?
Innanzitutto, si inizia con la pulitura del telaio dallo strato di polvere formato nel tempo, successivamente si procede con la diagnostica: in questa fase si utilizzano dei raggi ultravioletti che, avendo una lunghezza d’onda particolare, leggono gli elementi estranei al dipinto, come, ad esempio, i vari ritocchi e vernici malmesse. Si utilizzano poi gli infrarossi che servono a leggere, ad esempio, i pentimenti dell’artista o i cambi di soggetto. A questo punto si procede con la pulitura del dipinto analizzando i pigmenti al microscopio. In seguito, si applica dello stucco composto da colla di coniglio e gesso di Bologna (stessi materiali utilizzati da Canova) e infine si procede con della vernice da ritocco intervenendo con i colori per chiudere le incongruenze.

Il restauro è un lavoro minuzioso ma anche pericoloso, oltre a molta pazienza richiede prudenza e attenzione. Lavorando di fretta o con poca accortezza si rischia, infatti, di togliere la vernice originale applicata dall’artista. Inoltre, i colori ad olio dopo un certo periodo di tempo si polimerizzano, cioè si stabiliscono, dopo di che la loro rimozione risulta difficile.
Bisogna tenere conto però, che le opere di Canova sono opere relativamente giovani, di conseguenza i colori ad olio non si sono ancora polimerizzati completamente e sono per questo facilmente removibili. Per non rischiare di togliere lo strato di vernice applicata dall’artista, perciò, bisognerà procedere rimuovendo piccoli strati, un po’ alla volta. Canova spesso dipingeva dettagli sporgenti, donando una certa tridimensionalità ai suoi dipinti, bisogna perciò stare attenti a non alterare le parti sporgenti, che risultano per la loro matericità più difficili da pulire. Allo stesso modo bisogna procedere con prudenza nel ripulire il dipinto nelle sue parti colorate di rosso in quanto questo pigmento tende a rimuoversi più facilmente rispetto agli altri.

Dallo studio del restauro di quest’opera si notano dei particolari interessanti sulla pittura dell’artista. Dalle radiografie del dipinto, per esempio, possiamo notare come il quadro sia stato modificato rispetto all’idea iniziale. Antonio Canova, probabilmente non soddisfatto del risultato, decise di cambiarne alcune parti, dipingendoci sopra. Il cambiamento principale fu il viso della figura femminile, che inizialmente era di profilo e per modificarlo venne applicata così tanta vernice da provocare una crettatura in corrispondenza del primo naso dipinto, cioè quello di profilo. Altri cambiamenti furono la posizione del braccio, inizialmente appoggiato sui cuscini, poi alzato, e il fauno era posizionato più in basso rispetto alla sua posizione attuale.
La radiografia normalmente rende una diagnostica completa dell’opera ma in questo caso le linee guida non sono leggibili, a causa della troppa vernice. Ci troviamo davanti ad un quadro sovrapposto ad un altro.

Il dettaglio più sbalorditivo di questo quadro è il colore dell’incarnato della Venere, estremamente realistico. Molto interessante, inoltre, è anche il modo con il quale Antonio Canova approccia l’atto di dipingere, a volte sembra che voglia “scolpire” i suoi dipinti. Sebbene riprenda Giorgione con le velature e sfumature tonali dei suoi dipinti, ci sono dei dettagli nelle sue opere molto spesse e materiche. Nella Venere con fauno possiamo notare in rilievo, ad esempio: la frangia della tenda, la parte dorata della coperta, la corona della Venere, e anche se meno visibile, i capelli della Venere. La matericità di queste sezioni dà la sensazione di essere stati scolpiti o incisi, Canova era uno sperimentatore e non riusciva a distaccarsi dalla sua amata scultura nemmeno mentre dipingeva. A rafforzare la tesi di un Canova sperimentatore anche il fatto che per creare il nero fosse solito mischiare insieme tutti i colori della tavolozza, bianco compreso.
Un aneddoto curioso è che Canova utilizzava molta biacca (cosa che ci torna utile nelle analisi delle sue opere in quanto la radiografia legge, appunto, le parti dove si trova la biacca) e altri pigmenti ritenuti tossici dai suoi contemporanei del Nord-Italia ma che venivano comunemente utilizzati a Roma. Il fatto che utilizzasse pigmenti tossici in disuso nel Nord-Italia rafforza la tesi che il dipinto fosse stato dipinto nella capitale, dove è molto probabile avesse procurato l’occorrente. La biacca veniva utilizzata nonostante fosse tossica per la sua qualità coprente, con pochissimi strati si poteva dipingere un bianco deciso, splendente e quasi magnetico. Altro colore tossico utilizzato da Canova è l’orpimento (dal risultato arancione/bronzo) che altro non era che solfuro di arsenico.

È importante sottolineare che il restauro del dipinto della Venere con fauno è stato possibile grazie alle generose donazioni effettuate con Art Bonus e che potrà essere nuovamente ammirato a partire dal 16 ottobre in concomitanza con l’inaugurazione del riallestimento di Casa Canova. “Donare per la cultura è segno di civiltà e amore per il patrimonio ereditato” scrive uno dei mecenati, ed è proprio così; non significa soltanto contribuire al restauro della singola opera, ma essere parte attiva della comunità nel mantenere in buono stato i beni culturali pubblici, parte del patrimonio culturale della nostra nazione. Dato il successo delle donazioni attraverso Art Bonus, Fondazione Canova ha deciso di promuovere un nuovo progetto. Sul sito di Art Bonus è possibile contribuire, tra i vari interventi, alla manutenzione del taccuino originale contenente i disegni di Antonio Canova. A seguito del restauro, il taccuino verrà esposto su una teca realizzata appositamente per la sua miglior valorizzazione, con impianti illuminotecnico e termoigrometrico idonei. Un ringraziamento speciale va a coloro che hanno generosamente contribuito alla realizzazione del restauro della Venere con fauno e a coloro che contribuiranno invece agli interventi di manutenzione del taccuino di Canova, con la speranza di vederlo presto nella sua nuova teca.

A cura di Anna Bressan, studentessa del DAMS di Padova