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Neoclassicismo

viva carne e bella natura
09/05/2023

Nonostante i riservi iniziali Antonio Canova aderì al movimento neoclassicista fino a diventarne uno dei maggiori esponenti accanto a Jacques Louis David, Jean Auguste Dominique Ingres e Bertel Thorvaldsen. L’intenzione degli artisti neoclassici risiede nel derivare idee, schemi e spunti e reinterpretarli a partire dalle opere classiche. Tutto ciò sotto il famoso concetto di “nobile semplicità e quieta grandezza” esplicitato da Winckelmann. L’arte del maestro di Possagno si rifaceva quindi a quella dell’antica Grecia, non solo per la bellezza estetica e la giusta misura, ma anche per i valori ad essa collegati: etici, culturali, di bontà e di libertà, che si potevano ripetere con la Rivoluzione francese. Partendo dagli studi sulle sculture antiche viste prima a Venezia e poi a Roma, aveva dedotto considerazioni sulle tecniche, pose, proporzioni e espressioni. Aveva fatto proprio il particolare metodo che prevedeva la colorazione parziale delle statue e l’utilizzo di più materiali, il nudo, la parziale staticità ed i volti lontani dal pathos. Seppe mantenersi in un mirabile equilibrio tra due secoli, tra “idea” e “natura”, tra il Neoclassicismo di Winckelmann e la nascente sensibilità romantica di Foscolo, tra la vera carne e il nudo marmoreo. Scrivendo all’amico e critico Quatremère de Quincy, così parlava della sua idea di classicità:

“Ci vuol altro che rubar qua e là da pezzi antichi e raccozzarli insieme senza giudizio, per darsi valore di grande artista. Conviene studiare dì e notte sui greci esemplari, investirsi nel loro stile, mandarselo in mente, farsene uno proprio coll’avere sempre sott’occhio la bella natura con leggervi le stesse massime. ”

La grande massima è quindi sempre la stessa dall’antica Grecia fino ad oggi: dare immagine di sentimento e tepore di carne “viva” alla “bella natura”, ovvero al meglio del nostro mondo reale, che gli artisti dovevano selezionare, cogliere e riproporre. Così Canova stesso parlava dei marmi del Partenone:

Se è vero che quelle sieno opere di Fidia, o dirette da esso, o ch’egli v’abbia posto le mani per ultimarle; queste mostrano chiaramente che i gran maestri erano veri imitatori della bella natura. Le opere dunque di Fidia son vera carne, cioè la bella natura.

Una delle espressioni migliori a riguardo forse viene da un altro artista, ma delle parole, e suo contemporaneo, Ugo Foscolo:

Io ho dunque visitata e rivisitata e amoreggiata e baciata e -ma che nessuno li sappia- ho anche una volta accarezzata questa Venere nuova [la Venere italica esposta nel 1812 a Firenze]. Canova abbellì la sua nuova dea di tutte quelle grazie che ispirano un non so che di tenero ma che muovono più facilmente il cuore […] Insomma se la Venere dei Medici [la bellissima scultura greca prelevata dagli Uffizi da Napoleone] è bellissima dea, questa che io guardo è bellissima donna, l’una mi faceva sperare il Paradiso fuori di questo mondo, e questa mi lusinga del Paradiso in questa valle di lacrime. 

Canova regalò al mondo in tempi calamitosi, fra rivoluzioni e guerre, la consolazione della bellezza, sia da creatore che da conservatore di essa. Questo stupore, ammirazione, quasi sconcerto di fronte a una tale opera infinitamente antica e totalmente moderna, sarebbe stato espresso anche da Stendhal poco dopo in un giudizio rimasto proverbiale :

Canova ha avuto il coraggio di non copiare i Greci e di inventare una bellezza come avevano fatto i Greci.

a cura di Sara Irmi, Università di Bologna

FONTI:

 F. Licht, Canova scultore in S. Androsov, M. Gauderzo, G. Pavanello, Canova, Milano, Skira editore, 2003, pp. 347-353.

 T. Montanari, S. Settis, Arte. Una storia naturale e civile, Milano, Einaudi, 2019, p. 238.

 N. Stringa, “scusate il cattivo carattere”…”brucciate questo foglio”…Piccola antologia di lettere di Antonio Canova in S. Androsov, M. Guderzo, G: Pavanello, Canova, Milano, Skira editore, 2003, p. 88.

 “Canova” speciale allegato al n.430 di “Bell’Italia”, Febbraio 2022, Cairo Editore, Milano.