Monsieur l’emballeour
“Monsieur l’emballeur.” Così Antonio Canova venne soprannominato con una punta di ironia dal direttore del Musée Napoléon, Dominique Vivant Denon, mentre sovrintendeva all’imballaggio delle opere italiane destinate a lasciare Parigi per tornare finalmente in patria. Un nomignolo apparentemente leggero che tuttavia nasconde una delle operazioni diplomatiche e culturali più complesse dell’età post-napoleonica.
Per comprendere la portata di quel momento bisogna tornare indietro di quasi vent’anni, con il Trattato di Tolentino (19 febbraio 1797), lo Stato Pontificio fu costretto a cedere alla Francia oltre cento capolavori tra dipinti, sculture, manoscritti e reperti archeologici. Roma – e con essa gran parte dell’Italia – assistette a una vera e propria spoliazione culturale.
Già nel 1802 Pio VII aveva nominato Canova “Ispettore generale di tutte le Belle Arti per Roma e lo Stato pontificio”, una nomina che lo poneva idealmente nella scia dei più illustri artisti al pari di Raffaello Sanzio sotto il pontificato di Leone X. A causa delle spoliazioni napoleoniche si era reso necessario l’intervento di tutela dei beni artistici e questo conferì a Canova non solo prestigio assoluto ma anche responsabilità gravose che come riportato da Antonio d’Este preoccupavano molto l’Artista.
Monsieur l’emballeour: Canova e il rientro delle opere in Italia
Quando, dopo la caduta di Napoleone Bonaparte, si aprì la possibilità concreta di recuperare le opere trafugate, Canova fu incaricato di trattare la restituzione, non senza remore e alcune rimostranze scritte
Monsieur l’emballeour: Canova e il rientro delle opere in Italia
Non fu solo una questione diplomatica ma anche una battaglia morale.
Il 25 ottobre 1815 Parigi si assistette a una scena quasi epica. Quarantuno carri trainati da duecento cavalli, scortati da due squadroni di ulani lasciarono la città trasportando quarantanove tonnellate di capolavori italiani. Il convoglio era diretto a Milano, da dove le opere sarebbero poi state redistribuite.
Un ritorno che ci ricorda quello di Ulisse: lungo, rischioso e carico di significato.
Determinante fu anche l’aiuto del fratellastro Giambattista Sartori, che Canova nominò in una celebre lettera inviata a Leopoldo Cicognara (3 ottobre 1816)
“ appena si crederà che tante statue e tanti quadri, e di quella mole che erano, si sieno potuti ritirare dal Museo Reale di Francia, incassare, imballare e spedire in Italia in soli venti giorni, in mezzo alle imprecazioni di un popolo irritato. Il fatto è pur così, ringrazio il Signore che abbia salvato mio fratello e me da qualche malattia mortale.”
Ma ciò che rende questa vicenda cruciale non è solo l’aspetto logistico.
Con le campagne napoleoniche, l’opera d’arte era diventata uno strumento politico, un trofeo di guerra, un segno tangibile di dominio culturale. Pensatori come Quatremère de Quincy avevano già denunciato la violenza insita nello sradicare le opere dal loro contesto, sostenendo che il patrimonio culturale possiede un legame indissolubile con la vita civile della nazione che lo ha prodotto. Infatti, proprio in quegli anni vediamo nascere una nuova idea di patrimonio come insieme di testimonianze radicate in un territorio, in una storia, in una comunità.
Restituire le opere significava restituire la memoria di un popolo e la sua identità.
Canova, Artista riluttante alle cariche pubbliche, si trovò così a incarnare il mediatore tra arte e politica, tra creazione e tutela, tra bellezza e responsabilità civile. In quel momento, “Monsieur l’emballeur” fu molto più che un imballatore: fu il custode silenzioso dell’anima artistica italiana.
a cura di Alessia Pillon
BIBLIOGRAFIA
La Biblioteca di Canova, tra collezione e ricerca” a cura di Andrea Dal Negro, 19 maggio 2007 – 15 luglio 2007, Museo Gypsotheca Antonio Canova, Possagno.
Ercole Consalivi, Memorie a cura di Roberto Regoli, Gennaio 2024, Museo Gypsotheca Antonio Canova, Possagno
Antonio Canova, La vita e l’opera di Francesco Leone, 2022, Officina Libraria, Museo Gypsotheca Antonio Canova