Come lavorava Antonio Canova?

Nella pratica scultorea del Canova il processo creativo è certificato.
Pertanto nella produzione della scultura in marmo, l’artista procede con un modo ben preciso. Di questa metodologia si trovano le conferme nell’Archivio di Possagno e negli Scritti dello scultore. Pertanto è corretto parlare di:

DISEGNO: Canova soleva realizzare disegni che vanno considerati come pensieri e studi per la realizzazione delle sculture. Hanno una funzione soltanto ideativa. Studia pose, copia sculture antiche, riprende modelli e propone soluzioni. Questi segni non hanno mai un valore stilistico in quanto non si può partire dal marmo, opera finale, ed attuare un metodo a ritroso per avere il supporto stilistico. Essi funzionano soltanto per l’ideazione. Non possono giustificare il risultato finale.

Taccuino di Possagno – part.

BOZZETTO: è in argilla. Può rimanere tale o può essere cotto per consolidarlo (la maggior parte di questi bozzetti sono conservati a Possagno). Di bozzetti per ideare un’opera ne realizzava diversi. Succede così, per esempio, per Amore e Psiche che si abbracciano, Maddalena penitente, La principessa Esterhazi Lichtenstein, I monumenti funerari a Tiziano. Il bozzetto viene prodotto in seguito allo studio grafico. Deve funzionare come idea per poter procedere nello sviluppo della scultura grande al naturale.

Amore e Psiche, terracotta

 

MODELLINO IN GESSO: lo scultore produce, alle volte, un modellino in gesso a dimensioni ridotte. Ne sono esempi i tre studi di George Washington, conservati al Museo di Possagno, ma si possono citare altri casi, come Teseo sul Minotauro, Teseo in lotta con il Centauro, L’Italia piangente, il Monumento funerario di Horace Nelson, il Monumento funerario di Clemente XIII.

 

Modellino in gesso di Teseo sul Minotauro

MODELLO IN ARGILLA A GRANDEZZA REALE: realizza un modello in argilla a grandezza naturale che poi viene distrutto con la produzione della forma. Un esempio di questo percorso, l’unico in materia è quello conservato a Possagno all’ingresso della Gipsoteca rappresenta Adone incoronato da Venere. Il modello si è fermato a questo stadio perché il committente aveva rinunciato alla allo produzione della statua in marmo.

FORMA: si tratta di un involucro di gesso prodotto rivestendo il modello in argilla che viene distrutto asportandola dall’interno della forma. La forma può essere successivamente sezionata e dalla sua ricomposizione viene riempita di gesso liquido con l’inserzione delle “anime” di metallo che fungono da “scheletro” o struttura portante del modello.

– MODELLO IN GESSO A GRANDEZZA REALE: creato dalla solidificazione del gesso all’interno della forma. Quando la forma viene aperta, si procede a lisciare il modello per eliminare le sbavature ed eventualmente perfezionarlo. Da una forma potevano essere ricavati diversi esemplari. Uno solo veniva scelto per essere il modello e su di esso venivano collocati dei chiodini di bronzo sistemati in posizioni simmetriche le repère. Su questo modello venivano collocati anche dei punti di maggior dimensione che fungevano da elementi fondamentali per calcolare la massima estensione della statua.

 

Adone incoronato da Venere

REPÈRE o repères: chiodini di bronzo (generalmente realizzati con una lega di bronzo ottenuta dalla fusione di zinco, rame e stagno) collocati sul modello di gesso. Quelli più sporgenti venivano chiamati “punti chiave o capi punto”. Con compassi si procedeva a calcolare le distanze degli altri punti.

Francesco I d’Austria

PRODUZIONE DELLA SCULTURA IN MARMO: il modello in gesso con le repères e il blocco di marmo venivano accostati e collocati sotto a due telai, dai quali scendevano fili con il piombo. Questi andavano a toccare i punti di maggiore sporgenza del gesso o fungevano da distanziatori di misurazione e indicavano così, fino a che punto si poteva procedere per scolpire il blocco di marmo, che nel frattempo era stato ampiamente “sbozzato” dai suoi collaboratori.

ULTIMA MANO: è l’intervento dello scultore nella fase finale. Per Canova questa pratica è fondamentale. Nella Storia della scultura Leopoldo Cicognara scrisse: “L’ultima mano […] forma il più interessante dell’arte, e precisamente ciò che spinge l’opera al suo più squisito perfezionamento, segnando l’ultima linea impermeabile che in questa estrema superficie sublimemente nasconde il più alto magistero, e dopo la bontà del concetto forma la vera eccellenza del lavoro. La prassi di far sbozzare il marmo da valenti artigiani era assai diffusa a Roma all’epoca del Canova e divenne presto una normale attività, soprattutto perché era facile avere a disposizione artigiani qualificati capaci di lavorare il marmo per conto degli scultori che provenivano da altri Paesi.

Il Fernow scriveva nel 1806 che “nella tecnica di Canova c’è un evidente sforzo di dare al marmo quel fascino della materia da cui questi sembra trarre un piacere fuori dal comune” condivideva l’opinione di coloro che provavano una certa diffidenza, se non addirittura un’esplicita avversione, per le superfici in marmo squisitamente rifinite, alle quali si attribuiva una bellezza esclusivamente sensuale.

Volete scoprire di più sulla tecnica utilizzata da Canova? L’approfondimento prosegue con l’articolo “Come lavorava Antonio Canova – parte II”.

 

 

 

9 thoughts on “Come lavorava Antonio Canova?”

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    1. (Purtroppo) Canova non ha scritto nessun saggio, nessun libro sulla sua arte, sulla sua scultura, i suoi dipinti, i suoi disegni.

      Notizie le più diverse (e frammentarie) possiamo desumerle dalle sue moltissime lettere (che l’Istituto di Bassano sta pubblicandole nella pregiata Edizione Nazionale degli Scritti di Canova) oppure possiamo trovare validi spunti nelle diverse biografie di molti suoi amici che lo frequentarono in vita (suggerisco, a tal proposito, di leggere il capitolo “Pensieri sull’arte” della Vita di Antonio Canova. scritta da Melchior Missirini, per l’editore Giachetti, nel 1824). Buone considerazioni Canova si trovano in questi due volumi:

      1) I Disegni di Canova, scritto da Elena Bassi ed editato dal Museo Civico di Bassano per i tipi di Neri Pozza di Venezia nel 1959;

      2) Ottorino Stefani, Canova pittore, Electa Milano, 1992.

      Giancarlo Cunial

  3. Gli venne addirittura offerta una cattedra d’insegnamento: Canova, tuttavia, non accetto, in quanto aveva da tempo maturato il desiderio di recarsi a Roma per perfezionare la propria arte, proposito ora finalmente realizzabile grazie ai cento zecchini guadagnati con l’esecuzione di Grazie all’intercessione del Falier, il suo primissimo mecenate, appena giunto nell’Urbe Canova venne calorosamente accolto da Gerolamo Zulian, ambasciatore veneto presso la Santa Sede, che gli assegno uno studio e un alloggio presso palazzo Venezia. Grazie ai puntuali diari che ci ha lasciato sappiamo che Canova visse intensamente le sue giornate capitoline, trascorse sin dall’arrivo a visitare – per usare una definizione di Quatremere de Quincy – il «museo di Roma», fatto «di statue, di colossi, di templi, di terme, di circhi, di anfiteatri, di archi di trionfo, di tombe, di stucchi, di affreschi, di bassorilievi». Gli vennero aperte le porte delle maggiori collezioni romane, come quella raccolta nei musei Vaticani (dove guardo con molto interesse all’

    1. Grazie Cannelita per l’approfondimento e l’interesse. Il tuo commento risulta tagliato, ti va di scriverci anche la parte mancante? A presto!

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