Canova e la Danza

Un bassorilievo collocato nella Gypsotheca in alto, sulla parete di sinistra, rappresenta due giovani corpi che si librano nell’aria. Attorno un vuoto assoluto. Soltanto degli ampi nastri svolazzanti inghirlandano i volti creando un ampio cerchio alle loro spalle. Da ambo i lati due gruppi, giovani e fanciulle, inneggiano all’esaltazione del movimento dei figli di Alcinoo, il re dei Feaci. Spettatori fanno da quinta alla scena che si svolge su uno sfondo neutro infinito. Quanta leggerezza in quello slancio. I due giovani, sulle punte, si lanciano in una serie di sollevamenti e gioiosi passi sostenendosi sulle gambe per catturare l’attenzione degli spettatori, in particolare dell’eroe di tutte le guerre: Odisseo. Alcinoo vuole che si ammiri la bravura dei due giovani figli e che si esprima un giudizio sulla loro danza. Canova vuole dare un valore all’azione della danza che viene incoronata da questa rappresentazione in bassorilievo come un’arte per eccellenza, grazie alla quale si possono esprimere la propria sensibilità, i propri sentimenti e la profonda gioia di rivelarsi a se stessi e agli altri. 

 

Antonio Canova, Danza dei figli di Alcinoo, 1790, gesso

 

L’ispirazione viene dalla musica, i movimenti seguono un ritmo interiore e ognuno di essi è in grado di suscitare un’intensa vibrazione. Al suolo è posata una palla, manifestazione del mito greco della bellezza matematica dell’universo e, in quanto sfera, rappresentazione della temporalità dell’azione. Come Omero, che sapeva narrare descrivendo figure, movimenti ed emozioni, così Canova rappresenta nel gruppo di destra Alcinoo e la regina Arete che accolgono Ulisse e la bella Nausicaa. 

La danza può essere un’espressione legata alle tradizioni dei popoli primitivi, oppure divenire un semplice passatempo; sempre si accompagna alla musica e al canto. In tutti i casi Canova era cosciente di poter affermare che la danza costituisce un linguaggio, un modo per comunicare, grazie alla sua espressività rituale, solenne, festosa. 

Al tema della danza, dunque, propende la cultura scultorea del Canova, come si può rilevare anche nel secondo bassorilievo realizzato nel 1797: Le Grazie e Venere danzano davanti a Marte. Anche qui la danza e la musica, in equilibrio stabile, si compenetrano creando un’atmosfera idilliaca in cui i singoli personaggi vivono di luce propria. 

Tra il 1806 e il 1812 Canova si concentrò su tre invenzioni plastiche riconducibili al tema della danza, ne studiò lo sviluppo nelle tempere e, almeno per alcune, nei monocromi. Lo scultore era solito rappresentare espressioni gioiose e personificazioni di stati d’animo sereni, lo affascinavano la leggerezza e la grazia espresse col movimento. Produsse così disegni, tempere e monocromi, veri e propri progetti destinati alle realizzazioni in gesso e, successivamente, in marmo, materiale che finiva per ‘respirare’ attraverso la trasparenza e la levità dei gesti e delle movenze delle sue raffigurazioni. 

Antonio Canova, Cinque danzatrici con ghirlande di fiori, 1799, tempera su carta

 

Nelle tre danzatrici: Danzatrice con le mani sui fianchi, Danzatrice con il dito sul mento e Danzatrice con i cembali, Canova si dimostrò abilissimo nel coinvolgere e impressionare il pubblico, richiamandosi a molte figure classiche, una per tutte la Danzatrice di villa Adriana. Quatremère de Quincy comunicò con entusiasmo a Canova lo straordinario successo che la Danzatrice con le mani sui fianchi, scolpita per l’imperatrice Joséphine de Beauharnais, che nutriva il desiderio di possedere una statua di Canova fin dal 1802, aveva riscosso al Salon di Parigi all’inizio del 1813, confortandolo della tiepida accoglienza riservata, invece, alla Tersicore, statua prediletta dall’illustre scultore: “À avuto un incontro smisurato: vi fu per li primi giorni una folla che non potete credere […]. La Danzatrice fa impazzir tutti”. Un giudizio estremamente positivo pronunciato da Quatremère de Quincy per il quale le danzatrici erano delle “divagazioni poetiche”, ben diverse dai ‘capolavori’ ispirati dall’arte classica, che egli preferiva perché più sostenuti ed espressivi, e perché mettevano lo scultore veneto in gara con l’antico. 

In queste sculture, Canova manifesta un interesse e una passione prioritarie per la danza e per il teatro, proprio nel momento in cui queste due espressioni artistiche stavano subendo una radicale trasformazione, che le orientava verso un’attenta analisi della classicità e che si traduceva, nell’arte figurativa, in maniera rinnovata e rinvigorita. Esse confermano anche un particolare stato d’animo dello scultore che vive in una congiuntura storica complessa, aggravata da una situazione personale particolarmente difficile. Non erano le iconografie specifiche che lo interessavano, ma la disposizione a un’ideazione semplice e, nello stesso tempo, completa, anche lontana da schemi letterari. Le tre danzatrici agiscono da sole, si muovono singolarmente, non sono accostate ad altre figure, sono indipendenti.

 

Certamente le ballerine rimandano a processi creativi complessi e laboriosi, che denotano l’attento esame da parte dello scultore di un’iconografia già vista e appresa negli affreschi di Ercolano e di Pompei: i disegni prima, le tempere poi, e infine i monocromi ne anticipano la realizzazione. 

Mentre la Danzatrice con i cembali è raffigurata nell’azione di totale compenetrazione tra musica e movimento, la Danzatrice col dito al mento, forse ispirata a Le Grazie, appare più composta e lieve nella movenza avviluppata a serpente, rimanendo ancorata sulla punta del piede. La delicatezza è immensa, profonda l’azione che obbliga la veste leggera a incresparsi sul corpo. La testa si piega delicatamente sulla spalla destra, il braccio sinistro è trattenuto al fianco e fa da pendant al movimento della mano destra che si appoggia, invece, al mento. 

Si tratta, quindi, di opere straordinarie che hanno suscitato da sempre stupore e meraviglia; per tutte e tre potrebbero valere le parole, pervase da toni entusiastici, scritte, il 20 febbraio 1813, dalla stessa Joséphine: “La Danseuse étant arrivée à temps pour l’exposition publique, j’ai été ensuite et j’ai beaucoup de plaisir à vous dire qu’elle a excité l’admiration générale, on s’est porté en foule pour la voir, et il n’y a qu’une opinion sur la perfection de cette statue […]. Si je me croyais en état de juger, c’est au Paris que je donnerais la prétérence, cependant je trouve la Danseuse charmante […]. Il me semble que vous faites mieux que Pygmalion, il n’animait son chef d’oeuvre que pour lui seul, et c’est pour nous que vous animez les Votres”. 

 

Le tre danzatrice nell’Ala Scarpa della Gypsotheca

 

di Mario Guderzo

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *