Molti sono i temi affrontati da Canova nelle sue opere: dai soggetti di carattere religioso ai monumenti funebri, sovente dedicati ai nobili dell’epoca, ai ritratti dei suoi committenti che, attraverso il suo scalpello, ambivano a diventare immortali assumendo le sembianze dei personaggi mitologici. Proprio i miti spesso ispiravano i soggetti delle opere canoviane come il Perseo trionfante, le Tre Grazie e la Ebe.
Nella storia d’amore narrata nell’Asino d’oro di Apuleio, Canova trova i due protagonisti della celeberrima opera Amore e Psiche, dove l’Artista rappresenta il momento che precede il bacio tra i due amanti. È un bacio desiderato, in cui il tempo è sospeso, i corpi e lo sguardo lo annunciano, creando un’atmosfera di passione e al contempo di sfumato erotismo, fatto di delicatezza e di accoglienza.
Nell’opera troviamo i canoni del Neoclassicismo: giovani corpi, anatomicamente perfetti, che si sviluppano armoniosamente nello spazio e che si intersecano creando delle direttrici che guidano l’occhio dell’osservatore, pur senza creare un punto di vista privilegiato, permettendo quindi di godere della perfezione della composizione da ogni punto di vista, come era desiderio del grande Scultore.

Canova ricevette la commissione dal colonnello John Campbell, futuro Lord Cawdor, che chiese un’opera raffigurante «Amore e Psiche che si abbracciano: momento di azione cavato dalla favola dell’Asino d’oro di Apuleio». Secondo il critico tedesco Carl Ludwig Fernow, lo Scultore trasse ispirazione da una pittura erotica ercolanense, Fauno e Baccante, ma si possono scorgere suggestioni derivanti dal rococò veneziano e di precedenti studi preparatori in virtù del gruppo Adone compianto da Venere. Il modello venne terminato nel 1787 e la traduzione in marmo nel 1793 ma, in seguito allo scoppio della Rivoluzione francese e dei rischi collegati alle guerre europee, l’opera rimase nello studio di Canova per qualche anno.
Venne acquistata nel 1800 per 2.000 zecchini dal generale Gioacchino Murat che la espose nel palazzo reale di Compiègne, nei pressi di Parigi e, dopo la Restaurazione, entrò a far parte della collezione del Museo del Louvre, dove ancora oggi è conservata.
Fu così grande l’ammirazione suscitata dal capolavoro che, nel periodo in cui rimase nello studio dell’Artista, un vasto pubblico accorse ad ammirarla e il principe russo Nikolaj Jusupov, in visita a Roma nel 1794, gli chiese una seconda versione che venne realizzata dentro il 1796, apportando qualche modifica nel panneggio di Psiche per renderlo più “castigato”. Il marmo raggiunse la Russia nel 1802 e oggi è esposto al Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo.
Del gruppo ci rimangono preziose testimonianze degli studi preparatori che ci permettono di ripercorrere la genesi del capolavoro: nei disegni conservati presso il Gabinetto dei Musei Civici di Bassano del Grappa è possibile cogliere una godibilità a tutto tondo che ebbe seguito nel marmo. Rimangono inoltre due bozzetti in argilla, primo studio tridimensionale del gruppo, dove Canova impresse le sue impronte digitali, uno conservato presso il Museo Gypsotheca Antonio Canova di Possagno ed esposto all’interno di una delle bacheche progettate dal famoso architetto veneziano Carlo Scarpa[1], l’altro al Museo Correr di Venezia.
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Come detto, anche se l’opera non fu accolta con favore dall’unanimità dai critici dell’epoca – il già citato Fernow si espresso nei termini di «piacevoli, figure giovanili e levigate, espressioni di affetti amabili, delicati e miti, che egli cerca di rappresentare in una maniera leggiadra, morbida e languida» – godette di grande favore da parte del pubblico.
Lo Scultore però non realizzò altre versioni del gruppo ma regalò il modello della seconda versione del celeberrimo gruppo ad Adamo Tadolini che ne realizzò innumerevoli copie.
Molti sono gli artisti che nel corso dei secoli ne hanno colto le suggestioni, dai contemporanei di Canova ai giorni nostri. Gaspare Landi, artista piacentino vissuto tra il Settecento e l’Ottocento, chiese al Maestro di poter riprodurre su tela il secondo gruppo realizzato in marmo. Altri contemporanei che evocano il capolavoro del maestro sono Füssli, con un erotismo più rivelato, e François-Pascal Gérard che, con il suo Cupido e Psiche[2], è più vicino alla poetica canoviana. L’influenza arriva fino ai nostri giorni, testimoniata dall’omonima opera realizzata in marmo e pigmenti da Fabio Viale, artista cuneese che crea guardando e riflettendo sul patrimonio artistico del passato.
L’altro capolavoro canoviano che trae ugualmente ispirazione da una fonte letteraria e annuncia un bacio, è l’Endimione dormiente, commissionato nel 1819 da William Cavendish, VI Duca di Devonshire, e al quale Canova subito si dedicò, come attesta lo stesso Scultore con una lettera inviata all’amico e critico Quatremère de Quincy, portando a temine il modello in gesso[3] pochi mesi dopo e completando il marmo nel settembre del 1822.

Canova trasse ispirazione dallo scritto di Luciano, Dialogo degli dèi, nel quale Selene, la dea della Luna, risponde ad Afrodite: «A me, o Afrodite, sembra molto bello [Endimione], specialmente quando, distesa la clamide sulla roccia, dorme e dalla mano sinistra lascia ormai scivolare a terra le frecce, mentre la destra piegata verso l’alto intorno al capo gli incornicia deliziosamente il volto; ed egli abbandonato nel sonno, respira con il suo respiro d’ambrosia». Selene prosegue: «Allora io scendo senza far rumore camminando in punta dei piedi, perché non si svegli di soprassalto, e…lo sai: che bisogno ho di dirti il resto? Ma questo sì: che muoio d’amore».
Leggendo questo passo e osservando l’opera canoviana, possiamo ammirare quanto l’Artista riuscì a materializzare fedelmente le parole dello Scrittore classico e ad andare oltre, a rappresentare ciò che sta avvenendo e che è solo percepibile: attraverso la presenza del cane, un cernacco dell’Etna che veglia sul suo padrone, Canova ci annuncia l’invisibile arrivo di Selene, la dea che ogni sera approfitta del sonno di Endimione per rubargli un bacio.
Amore e Psiche e l’Endimione dormiente sottolineano ancora una volta la grandezza dell’arte canoviana: il più grande scultore del Neoclassicismo, che si distinse anche come pittore e architetto, diede il meglio di sé anche sul genere amoroso che appassiona, coinvolge e fa sognare, senza lasciare spazio a quella parte di critica novecentesca che lo considerava freddo e “nato morto”.
FOTO 1:Antonio Canova, Amore e Psiche che si abbracciano, marmo, 1796, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo
FOTO 2: Antonio Canova, Amore e Psiche giacenti, argilla, 1787, Museo Gypsotheca Antonio Canova di Possagno (TV)
FOTO 3: Antonio Canova, Endimione dormiente, gesso, 1819, Museo Gypsotheca Antonio Canova di Possagno (TV)
[1] L’intero corpus di argille appartenenti al patrimonio del Museo possagnese è oggetto di studio e restauro: il 22 novembre 2021 si è dato avvio ad analisi tomografiche e petrografiche che daranno risposte inedite sugli elementi materici che compongono le opere, stato conservativo e conseguente diagnosi per il successivo intervento di restauro conservativo.
[2] Conservato a Parigi, presso il Musée du Louvre.
[3] Oggi conservato presso il Museo Gypsotheca Antonio Canova di Possagno. Nel modello in gesso il protagonista indossa dei calzari diversi per il piede destro e per il piede sinistro. All’interno del Museo è custodito anche un calco in gesso della stessa opera.