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I testamenti di Antonio Canova

Le due versioni di Amore e Psiche
22/07/2025

Antonio Canova pensava spesso alla morte. Non in modo ossessivo, ma come farebbe chi ha conosciuto da vicino la fragilità del corpo e l’imprevedibilità della vita. Un’infanzia segnata da lutti, una salute debole minata da anni di lavoro instancabile, e continui viaggi attraverso un’Europa sconvolta da guerre e instabilità: tutto nella sua esistenza lo metteva di fronte al rischio concreto di non arrivare al domani.

Per questo sentì il bisogno, più volte, di mettere ordine tra le sue cose. I suoi testamenti non furono semplici atti burocratici, ma ritratti intimi del suo mondo: raccontano affetti profondi, convinzioni morali, preoccupazioni concrete e sogni lasciati in eredità. A partire dal primo, scritto nel 1809, fino all’ultimo, dettato in punto di morte nel 1822, ogni documento offre uno scorcio prezioso sulla vita di uno degli artisti più ammirati del suo tempo.

Lo scultore fu  spinto alla compilazione del primo documento da una serie di fattori: uno stato di malattia aggravato, la preoccupazione per la malattia della governante Luigia Boccolini Giuli, e per una ragione di instabilità politica: l’annessione dello stato della chiesa da parte della Francia, avvenuta pochi mesi prima. Dichiara quindi che “ora che per la Dio grazia sono sano di mente, e di tutte le potenze dell’animo, e ancor nel corpo, ho determinato di mia libera spontanea volontà di disporre delle cose mie”.

La prima persona nominata è papa Pio VII, a cui l’artista dedica un bene “sia nella scoltura, o nella pittura” che possa ricordargli la sua memoria, la cui scelta lascia al fratello Giovanni Battista Sartori e all’amico Antonio d’Este, entrambi esecutori testamentari.

Passa subito dopo alle disposizioni rivolte ai parenti: alla madre, a cui lascia un quarto dell’eredità; alle zie; ai cugini. Una sezione maggiore è poi dedicata al fratello Giovanni Battista, punto di riferimento fondamentale durante tutta la sua vita, a cui decide di lasciare un ingente patrimonio monetario, diviso in rate; del mobilio; opere pittoriche e scultoree a sua scelta; la collezione di libri e quella di medaglie, augurandosi che le doni in seguito “alla scuola di belle arti, che io medito di erigere vivente, o di far erigere dopo la mia morte”.

Procede poi con i lasciti dedicati a collaboratori e figure di riferimento: i figli del mecenate Giovanni Falier, il conte di Bassano Tiberio Roberti, i coniugi Giuli, e Antonio d’Este, a cui lascia la metà degli strumenti da lavoro e lo studio. Non dimentica neppure le disposizioni per i collaboratori del suo atelier.

Una sezione importante del documento è dedicata all’intenzione di costruire la nuova chiesa di Possagno, indicando che, se non fosse stata terminata prima della sua morte, i soldi donati al fratello avrebbero dovuto essere investiti nella conclusione delle opere. Al fratello assegna anche l’incarico di “legatario universale”, affidandogli la piena gestione dei propri beni e il compito di inventariarli, affiancato da Antonio d’Este e Tiberio Roberti.

Il secondo testamento risale all’11 agosto 1815, anch’esso firmato a Roma. Questa volta la motivazione e preoccupazione che lo spinge a stilarlo è legata a un viaggio a Parigi: Canova fu incaricato di recarvisi dal Papa e dal Cardinale Consalvi per recuperare delle opere d’arte trafugate da Napoleone. Prima di partire dichiarò “sono deciso di sacrificare ogni riguardo e timore, […] ed esporre anche con la mia vita”: consapevole e preoccupato dei pericoli del viaggio, scelse di prendere precauzioni e disporre le sue volontà finali.

Il documento non si differenzia particolarmente dalla versione precedente: rimane invariato il dono a papa Pio VII, ai cugini, alle zie e al fratello, la cui eredità aumenta a causa della morte della madre. Anche qui nomina i fratelli Falier, il conte Roberti,  Antonio d’Este, e aggiunge un riconoscimento al nipote Pasino Tonin e alla signora Felice Nataletti.

In entrambi i documenti, unitamente alle disposizioni sulla costruzione del tempio, richiede che ogni anno, in occasione della celebrazione di san Teonisto, a Possagno, venissero selezionate tre ragazze a cui donare delle “grazie dotali” di 60 scudi romani ciascuna. Si tratta di un atto caritatevole per permettere a giovani ragazze di poter contrarre il matrimonio evitando l’ostacolo della dote nuziale, testimonianza della sua accertata generosità.

Come nella versione del 1809, Canova affida la gestione di beni, inventario e distribuzione dell’eredità al fratello Giovanni Battista, questa volta affiancato da Antonio d’Este, Tiberio Roberti, il cardinale Consalvi e Nicola Maria Nicolai.

L’ultimo testamento risale invece al 12 ottobre 1822, ed è costituito dalla trascrizione delle ultime volontà di Canova, pronunciate ormai in punto di morte. Un mese prima, ammalato, aveva lasciato Roma per fare temporaneamente ritorno nel suo paese natale. La malattia, però, gli impedì di tornare nella capitale e mentre soggiornava a Venezia, consapevole della sua condizione aggravata, espresse le sue disposizioni finali, prima di morire l’indomani.

Le volontà, indicate da un Canova “obbligato a letto da gravissima malattia ma perfettamente sano di mente”, sono piuttosto differenti da quelle espresse nei due testamenti precedenti: in prima battuta indica Giovanni Battista come unico erede universale ed esecutore delle disposizioni. Indica però che l’eredità, inizialmente, doveva essere unicamente investita per la costruzione del Tempio, e se non fosse stata sufficiente, si sarebbero dovuti vendere tutti suoi beni “fino alla concorrenza della somma necessaria”.

Per quanto riguarda le divisioni dei documenti precedenti, vengono ora affidate completamente al fratello, incaricato di ripartire il denaro restante dopo la conclusione del tempio. Questa scelta di affidare l’intero patrimonio al fratello fu a lungo discussa e criticata, specialmente dai diseredati, dal momento che nessun fondo fu effettivamente elargito ai destinatari del testamento precedente.

La verità, tuttavia, è che l’eredità di Canova fu amministrata da Giovanni Battista senza alcuna intenzione egoistica, ma piuttosto con spirito di grande generosità nei confronti della comunità di Possagno, riconoscendo il profondo legame del fratello con il proprio paese. Furono i cittadini di Possagno, infatti, i veri ultimi eredi dell’intero patrimonio di Canova: a loro furono destinati la sua casa, il tempio e i suoi capolavori, conservati nella Gypsotheca proprio per volere di Giovanni Battista Sartori.

Bibliografia

  • Edizione nazionale delle opere di Antonio Canova, Scritti I, a cura di Hugh Honour, istituto poligrafico e zecca dello stato
  • Edizione nazionale delle opere I, Antonio Canova, Scritti, a cura di Hugh Honour e Paolo Mariuz, Salerno editrice, Roma, 2007
  • Cavarzan, Marcello, Le reliquie e le memorie di Canova a Possagno, in La Mano e il volto di Antonio Canova, Fondazione Canova, 2008

A cura di Francesca Dalla Libera

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