PAOLINA BORGHESE

L’opera, raffigurante la sorella di Napoleone Paolina Borghese Bonaparte, viene commissionata dal marito, il principe Camillo Borghese come regalo di nozze. Iniziata nel 1804, la data di compimento del marmo può essere circoscritta al 1808: Canova ci fa sapere che entro questa data “terminava due Veneri in marmo, e la statua della principessa Paolina sdraiata sopra un sofà”1 mentre il Fernow la elenca, nel 1806, tra le opere finite. Considerato che il gesso (in quanto modello) deve necessariamente essere precedente, la Paolina di Possagno è con una certa sicurezza databile a prima del 1808.

Il soggetto, Paolina, è raffigurato nelle sembianze di Venere vincitrice. Semidistesa su di un’agrippina, regge la testa con il braccio destro, appoggiandosi su due cuscini. Il braccio sinistro si stende lungo il fianco con leggerezza. Al temine del braccio, stretta con delicatezza tra le dita rilassate, il fondamentale attributo iconografico della composizione: la mela di Paride.

Una fiera sensualità femminile emerge, la postura sostenuta e la nudità del petto e del ventre permettono di vedere il seno senza alcun tipo di ostacolo. Unico tipo di vestiario, la stoffa che in morbidi panneggi copre l’area inguinale, costituendo de facto un classico espediente compositivo che consente all’opera di assumere un raffinatissimo erotismo. 

A venire rappresentata è Afrodite (ovvero la stessa Venere, nella mitologia romana) dopo il cosiddetto Giudizio di Paride. Egli, il più bello tra i mortali, decretò Afrodite la più bella tra le dee, preferendola ad Era ed Atena. La vicenda è presente in molti testi della tradizione classica; certamente con alcune variazioni (come normale per i miti) ma mantenendo la stessa struttura di base.

L’Iliade non esita a conferire al tutto un giudizio negativo. Risalta l’uso di espressioni come “ingiuria”, “sprezzata lor beltade” e soprattutto “funesto amor”. Non stupisce questo tono in un poema come l’Iliade: questo “funesto amor” infatti non è altro che l’amore di Paride per Elena, amore che sfocerà (con l’aiuto di Afrodite come ricompensa) nel rapimento di Elena stessa, ovvero l’evento che darà inizio alla guerra di Troia.

 

Alto riposta
Nella mente sedea di queste Dive
Di Paride l’ingiuria, e la sprezzata
Lor beltade quel dì che a lui venute
Nel suo tugurio, ei preferì lor quella
Che di funesto amor contento il fece.

Ph credits: Giovanni Porcellato

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1 – Lettera del 21-1-1809 a Quatrémere

 

Il racconto ebbe certamente grande diffusione anche nell’ambiente culturale romano. Se da una parte è noto come l’Iliade fosse un testo estremamente importante e conosciuto anche al di fuori dei contesti ellenici, dall’altra si ha la fortuna di vederlo descritto anche in varie opere della letteratura latina. 

Ovidio, nelle sue “Eroidi”, lo riporta con una grande abbondanza di particolari:

 

E in quel momento, contemporaneamente, tre dee, Venere e
Giunone con Pallade, posarono i piedi delicati sull’erba. Rimasi
stupefatto ed un brivido agghiacciante mi fece rizzare i capelli, quando
il messaggero alato mi disse: «Non avere paura; tu sei il giudice della
bellezza: poni fine alla contesa delle dee, dichiara quale sia l’unica
degna di vincere in bellezza le altre due». Perché non mi tirassi
indietro, mi dà l’ordine in nome di Giove e subito sale verso le stelle,
per la via celeste. Il mio animo si rinfrancò, subito presi coraggio e non
ebbi timore di esaminare ciascuna con lo sguardo. Tutte meritavano di
vincere e, come giudice, mi dispiaceva che tutte non potessero vincere la
loro causa. Tuttavia fra di loro già allora una mi piaceva di più e, come
puoi intuire, era colei che ispira l’amore. Grande è il loro desiderio di
vincere: ardono dalla voglia di influenzare il mio giudizio con doni
straordinari. La consorte di Giove promette regni, la figlia valore; io
non so se voler essere potente o valoroso. Venere sorrise dolcemente e:
«Non farti tentare dai doni, Paride, entrambi sono gravidi di angoscioso
timore», disse. «Io ti darò un amore e la figlia della bella Leda, ancor
più bella di lei, si offrirà al tuo abbraccio!». Parlò e, prescelta
ugualmente sia per il dono, che per la sua bellezza, la dea tornò in cielo
vittoriosa.

 

Altro testo degno di nota sono i “dialoghi degli dei” di Luciano. Questo è particolarmente interessante, poiché si trovano in esso la descrizione della mela e la spiegazione della sua presenza:

 

O Mercurio, prendi questo pomo, và in Frigia, dal figliuolo di Priamo, che pasce i buoi sull’Ida nel Gargaro, e digli così: O Paride, Giove comanda che tu, il quale sei bello, ed intendi assai nelle cose d’amore, giudichi tra queste Dee, quale è la bellissima, ed ella in premio della vittoria si avrà il pomo.

 

La fortuna dell’episodio continuerà nei secoli successivi, dando vita ad una propria tradizione iconografica. I modelli canoviani per la figura di Paolina però non vanno cercati in queste opere; si deve a questo punto allontanarsi dal mondo propriamente classico per entrare in un altro contesto, più moderno.

Estremamente importante per aiutare a capire le fonti d’ispirazione canoviane è un dipinto di Canova stesso: la “Venere con fauno”, conservato in casa natale. Venere è semidistesa su di un’agrippina sul fianco destro, mentre si sostiene con il braccio e regge una coperta. La somiglianza con la Paolina è sorprendente. 

Il soggetto tradisce un’accurata meditazione sulla pittura moderna, con particolare riguardo alle esperienze artistiche dell’Italia settentrionale: Come non farsi venire in mente le grandi veneri dormienti del Rinascimento veneto? La Venere di Dresda del Giorgione, La Venere di Urbino di Tiziano, la Venere dormiente di Girolamo da Treviso riecheggiano incessantemente nel dipinto di Possagno.

Ma ad ispirare la Paolina non sono solo le Veneri. La Danae di Correggio è sicuramente una preziosa fonte d’ispirazione, e con lei tutta una serie iconografica di sensualissime figure femminili semisdraiate che in Francia godette di una certa fortuna: l’imperatrice Giuseppina di Prud’hon, la madame recamier di David, per fare due esempi. Tale disposizione della figura permetteva di enfatizzarne la sensualità in maniera particolarmente efficace.

E’ utile aprire una piccola parentesi a proposito. Il neoclassicismo, come è noto, cerca i suoi modelli nell’arte antica greca e romana. Mentre però la scultura non si imbatte in grandi ostacoli mentre cerca opere antiche che siano d’ispirazione, la pittura deve scontrarsi con il fatto che di opere pittoriche antiche è rimasto, di fatto, nulla. Il “classico” a cui si guarderà quindi non saranno le Roma e Grecia antiche, ma l’Italia del Rinascimento; Raffaello, visto come particolarmente classicista, non fatica a divenire il grande modello pittorico del nuovo gusto europeo sette-ottocentesco (come non ricordare il Parnaso di Mengs, dichiaratamente omaggio del Parnaso Vaticano?).

Certo è sbagliato parlare per assoluti e per categorie chiuse; i rimandi iconografici, le influenze tra modelli, le suggestioni personali sono sempre stati tra i più vari e sarebbe impensabile cercare di costruire una storia dell’arte semplice e lineare. In questo modo, tuttavia, Paolina Borghese può assumere una collocazione più chiara nel contesto artistico che l’ha prodotta

 

Forse poche date nella storia europea possono rivendicare una potenza simbolica come il 1804. A nemmeno 20 anni dalla presa della Bastiglia, Napoleone Bonaparte entra a Notre Dame per farsi incoronare imperatore: è l’inizio del Primo Impero Francese, una nuova Europa che vede in Parigi la sua capitale e nei Bonaparte i suoi governanti. 

La sorella Paolina è sposata da un anno con il nobile romano Camillo Borghese, l’anno dopo sarà nominata principessa di Guastalla; un’apoteosi dinastica che toccherà inevitabilmente tutti i parenti di Napoleone. Non è difficile collocare la nostra scultura nella serie di opere realizzate per celebrare i Bonaparte, soprattutto se si tiene a mente che negli stessi anni Canova scolpiva “Napoleone come Marte Pacificatore”.

Fermarsi a questo punto sarebbe però riduttivo. Significherebbe fermarsi ad una generica (fondamentale certo, ma pur sempre generica) interpretazione come d’arte di propaganda, dimenticando che non si sta parlando di una generica Bonaparte, ma di Paolina, e che se tanto si può dire riflettendo in termini storici e politici, altrettanto si può fare in termini personali e biografici. 

Paolina nasce ad Ajaccio il 20 ottobre 1780. Di famiglia non molto ricca ma comunque di un certo status, trascorre l’infanzia tra i fermenti politici isolani che vedono gli indipendentisti scontrarsi con i filofrancesi. Quando la situazione diviene troppo pericolosa i Bonaparte decidono di lasciare l’isola alla volta di Tolone, per poi stabilirsi definitivamente a Marsiglia. 

La sua personalità non fatica ad emergere. Già a Marsiglia, dove continua il carteggio con Louis Fréron a dispetto della mancata approvazione al matrimonio, ma soprattutto a Milano e Parigi, durante il matrimonio con Victor Emanuel Leclerc.

Irrimediabilmente ribelle e intransigente, animata da un’irresistibile ansia di libertà, Paolina dedica i suoi giorni alla più vivace vita mondana, arrivando a guadagnare nel tempo una certa fama; il che non sarebbe un grande problema, se non fosse che parte della fama deriva dalle sue relazioni extraconiugali. Lo scandalo porta il fratello a mandarla a Santo Domingo con il marito, provvedimento che forse riesce a calmare le voci che correvano tra la gente, certo non il suo carattere. 

Del 1803 è il secondo matrimonio, dopo la morte di Leclerc, con il nobile romano Camillo Borghese. La città cambia, stavolta è Roma, ma l’indole rimane la stessa; continua la mondanità, continuano gli amanti; e quando Canova si appresterà a ritrarla per la statua commissionatagli, lei poserà nuda.

L’idea iniziale per la scultura non prevedeva un ritratto come Venere, ma come Diana. Paolina si oppose, lei, così bella, oltretutto nata nel giorno di Venere! Tutto è perfetto. Verrebbe da chiedersi, se anche fosse nata in un altro momento, in quale altro modo la si sarebbe mai potuta raffigurare, lei che ha dedicato la sua vita all’amore e alla bellezza, che fu scelta da innumerevoli Paridi con innumerevoli mele, lei che seppe rendersi mito, non più Paolina Bonaparte, ma eternamente Venere vincitrice.

Bibliografia

 

P.Luso (cura), Il Carteggio Canova-Quartrémere de Quincy, Edizioni Grafiche Vianello, 2005

G.Cunial, Nata nel giorno di Venere, in “Paolina Borghese restaurata”, 2003

A.Costamagna, La scultura di Paolina Borghese, in “Paolina Borghese restaurata”, 2003

G.Pavanello, L’opera completa del Canova, Rizzoli Editore, Milano, 1976

M.Guderzo, Il museo e la gipsoteca di Antonio Canova di Possagno, Faenza Editrice, 2012

 

di Alessandro Frattin, Studente, Storia e Tutela dei Beni culturali, Facoltà di Lettere, Università degli Studi di Padova.

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