Le Veneri di Antonio Canova

“Effigi. questa dea nell’atto che uscendo dal bagno, sta tergendosi le acque dal seno, imprimendogli un senso di nobile verecondia, caratteristico di una donna in quel momento. Ella raccoglie in sé le membra e i panni per far velo al corpo ignudo; il volger della testa è di grazia infinita, e la sua proporzione essendo alquanto maggiore della Medicea, la rende men donna, e più dea. Il volto è affettuoso; pieno di grazia è l’assetto dei capelli. Le carni sono ben trattate con quella mollezza a cui può giungere lo scalpello, e le pieghe sono della miglior scelta” (D’Este 1864).

 

Canova realizzò, complessivamente, quattro sculture raffiguranti la dea della bellezza Venere. Le ricavò da due modelli conservati a Possagno nella Gypsotheca che rappresentano rispettivamente la Venere italica e la Venere che esce dal bagno.

La prima opera fu realizzata come compensazione per il trasferimento in Francia della Venere de’ Medici, la quale fu portata al Louvre nel 1802 in seguito al Trattato di pace di Tolentino, sottoscritto da papa Pio VI. A tale scultura l’artista si ispirò idealmente, quasi per una sorta di devozione spirituale, e cercò di reinterpretarne la bellezza della carne, il suo palpitante atteggiamento, l’insolito movimento reso attraverso un’articolazione flessuosa del corpo e una calibrata attenzione agli accenni delle forme. Quella di Canova fu un’invenzione quasi ‘implicita’, compresa nel suo tentativo di rinnovamento dell’estetica scultorea neoclassica: invece di produrre una copia di un marmo antico egli preferì cimentarsi in una nuova proposta. La sua Venere ‘d’invenzione’ la chiamò “italica”, quasi a rivendicare un forte orgoglio nazionale per un popolo che si era visto sottrarre il proprio patrimonio culturale.

Antonio Canova, Venere italica, 1811, gesso

 

 

Per la realizzazione del modello, databile al 1809, destinato a essere cosparso di repères per la ripresa delle misure, Canova si riferì non solo alla Venere de’ Medici, ma attuò delle variazioni confrontandosi con la Venere Capitolina e con la Venere Callipigia. Così Canova interpretò Venere confrontandosi con le opere d’arte greca e con le sue conoscenze delle copie romane delle collezioni pontificie e delle collezioni private romane.

Realizzata con lo stesso marmo di Carrara della Pietà di Michelangelo vi si può cogliere il movimento della luce che ondeggia fra le pieghe dei drappeggi con un effetto di luminosità sorprendente. “Vera donna”, aveva detto Foscolo, perché nel linguaggio di Canova si percepisce quel senso di ‘naturalismo’ che deriva da una rappresentazione di un corpo che è capace di suscitare ‘pensieri e azioni’ quasi umane.

Nella scultura di Venere ‘si legge’ una rappresentazione mitologica che può diventare umanamente accessibile: il ‘divino’ scultore è stato capace di essere ‘naturale’ nel plasmare dalle sue modelle delle forme e delle linee perfette, quasi come Raffaello, delle perfette morbidezze che la ‘bella natura’ gli proponeva.

Antonio Canova, Venere italica, 1811, gesso

Come doveva essere raffigurata Venere? Ci soccorre Wincklemann con la sua Storia dell’arte nell’antichità, dove delinea le caratteristiche di questa dea. Solo Venere è senza vesti e può essere rappresentata anche in età diverse, contrariamente a Pallade, Diana e Giunone. La Venere de’ Medici è “come una rosa che, dopo una bella aurora, si schiuda al sorgere del sole: essa è al limite di quella età che è soda, e amarognola come i frutti non ancora completamente maturi” (Winckelmann 2000). E la conoscenza della raffigurazione delle Veneri greche, descritte dallo studioso tedesco, derivava proprio dallo studio e dalla catalogazione delle sculture romane: egli aveva analizzato la Venere Capitolina, una Venere nella collezione del cardinal Albani, la Venere di Menofanto. L’analisi evidenziava le differenze che le accomunavano: la mano destra più vicina al seno sinistro, la mano sinistra atteggiata a coprire il pube o a trattenere una veste, un drappo, la gamba destra leggermente flessa come pure la testa appena inclinata e volta al fianco.

Quando Canova, nel 1819, diede mano all’ultima statua di Venere, che venne acquisita da Thomas Hope, noto committente di opere del danese Bertel Thorvaldsen e di John Flaxman, esperto di antichità, non era certamente a digiuno di queste informazioni testate sul campo. Il collezionista Thomas Hope, affascinato dalle opere classiche, particolarmente critico nei confronti degli scultori contemporanei, anche dello stesso Canova, questa volta non esitò a frequentare l’atelier del maestro veneto di via delle Colonnette, proponendo all’artista l’acquisto di una scultura di Venere che era in lavorazione per Mr. Standish: la Venere che esce dal bagno.

 

di Mario Guderzo

 

 

Antonio Canova, Venere che esce dal bagno, 1818 – 1820, gesso

 

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