Le Danzatrici di Canova, a tempera

Le tempere di Canova, tra le sue più belle opere pittoriche, vennero realizzate tra il 1796 e il 1807. Si tratta di leggiadre figure di ninfe e di danzatrici, ispirate alle piacevoli immagini parietali che Canova aveva visitato negli scavi di Ercolano, nel 1779. Sono riconoscibili dai fondi neri e dalla giocosa e fascinosa ambientazione. Sono da considerarsi quasi come un’esercitazione grafica.

Le immagini si stagliano su uno sfondo nero dipinto anch’esso a tempera e quadrettato da fasce di color grigio argilla, su cui a volte è indicato a matita un titolo, probabilmente per poter identificare un quadretto da un altro.

Quando nel 1817 fu pubblicato il primo Catalogo delle opere di Antonio Canova, erano elencati in sequenza i “vari pensieri di danze e scherzi di Ninfe con amori, di Muse, e Filosofi, ecc. disegnati per solo studio e diletto dell’artista”: si tratta di ben trentaquattro opere e sono comunemente raggruppate in base alle tematich rappresentate: “muse con filosofi e scrittori greci”, “ninfe con amori” e “danzatrici”.

Leopoldo Cicognara, presidente dell’Accademia di Venezia, definiva queste pitture di Canova come “ozii suoi, disegni gentili, che poi, intagliati su fondo bruno alla maniera dei soggetti ercolanesi, sembrano riunire quanto di più vezzoso può accozzare con l’arte del ballo, e sono conosciuti alle stampe sotto il nome di Scherzi, Baccanti, Danzatrici, Mercato di Amore, Muse ecc., nei quali si trovano i leggiadri motivi di parecchie sue statue”.

Nonostante le tempere vengano elencate nel Catalogo all’anno 1817 la loro realizzazione va riportata ad un decennio a cavallo tra Settecento e Ottocento; in particolare, molti di questi quadretti deliziosi pare siano  nati nel periodo 1798-1799.  È di quegli anni un lungo soggiorno dell’artista a Venezia e nella Casa di Possagno, in attesa di partire per un importante viaggio in territorio asburgico, effettuato tra agosto e settembre del 1798. Va da sé che i piccoli dipinti furono successivamente trasferiti a Roma e ritornarono a Possagno soltanto alla morte dello Scultore, quando il fratello provvide a trasferirvi tutto il patrimonio nel paese natale nel 1829.

In alcuni taccuini di disegni a matita, databili all’inizio dell’800, si rintracciano riferimenti ad alcune figure che poi finirono per essere replicati nelle tempere: si può pertanto ipotizzare che Canova abbia continuato a produrre questi ‘pensieri’ in un arco di tempo più dilatato, almeno fino alla prima decade dell’Ottocento. Mentre ci sono disegni di panneggio, poi ravvisabili nelle tempere, che sonio stati fatti da Canova ancora nel 1794.

L’Artista fu molto colpito dalla visita agli scavi di Ercolano e Pompei: uno scenario di templi, case, terme, strade davvero sorprendente con una serie smisurata di affreschi coloratissimi e vivi alle pareti. Canova ne riportò un ricordo formidabile di quelle città antiche per millenni sepolte dalla lava: fu da subito colto da una sorta di frenesia di ricreare una ‘micropinacoteca’ di soggetti pompeiani. Infatti le tempere sono deliziose  sequenze di disegni classicheggianti, figurine in scena “fluide come il pensiero e belle come se fossero fatte per mano delle Grazie”, dove ciò che emerge è un Canova insolito.  Nei momenti in cui era lontano dalla pratica della scultura, Canova aveva modo di concentrare la sua attenzione su ciò che la memoria e la tradizione  classica evidenziava, temi sui quali meditare, prima attraverso il disegno, poi nei monocromi, nei dipinti, nei bassorilievi…

In tutte le tempere, la rappresentazione delle ninfe e degli amorini si ispira a diversi esempi di pittura greca ed a rilievi e fregi romani. Le giovani figure femminili panneggiate si pongono nello spazio secondo schemi definiti dalla narrazione con atteggiamenti enfatici, grazia raffinata delle forme, scene di fresca e sublime semplicità.

C’è una tempera (tra le decine che sono esposte in casa di  Canova) più teatrale e scenografica delle altre: è il Mercato degli Amorini, una sorta di fregio scenografico, dipinto su frammenti di carta pennellata a tempera a sfondo nero, aggiunti per svilupparsi in tre metri di lunghezza.

L’opera era destinata, molto probabilmente, a moltiplicarsi per essere collocata, in alto sulle pareti di una sala, in prossimità di un soffitto: più che una singola raffigurazione, il Mercato degli Amorini è una lunga sequenza di riquadri, una specie di “fumetto” ante litteram, creata per raccontare quel che capitava nell’Olimpo, quando Mercurio si metteva accanto a una gabbia di Cupidi (gli Amorini, appunto) e li distribuiva con affaristico piglio a dèe e ninfe, per rendere amabile e suggestiva la loro esistenza e dare alle cose quella lieta esultanza che solo nell’Olimpo e nell’animo dei grandi può abitare.

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