Canova e le Danzatrici in scultura

Le statue di Canova sul tema della danza furono realizzate tra il 1806 e il 1811 e divennero immediatamente popolari.
Sono tre danzatrici e rappresentano delle ragazzine gioiose e serene mentre danzano, sorprendenti per la leggerezza dei corpi e la naturalezza delle movenze.
Le Danzatrici sono così sollevate da terra che sembrano sfidare con successo la legge di gravità e confermano l’abilità di Canova ad animare le figure in modo impressionante.

La Danzatrice con le mani sui fianchi (marmo San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage; modello in gesso, Possagno Museo di Possagno) venne scolpita per l’imperatrice Josephine de Behaurnais: venne esposta al Salon di Parigi all’inizio del 1813, dove ottenne un grandioso successo: “À avuto un incontro smisurato: vi fu per li primi giorni una folla che non potete credere. La Danzatrice fa impazzir tutti” (così scriveva a Canova il suo amico e critico d’arte Quatremère, il 12 febbraio 1813).
Certo, come studioso e intenditore, a differenza del vasto pubblico che ammirava soprattutto le opere graziose, Quatremère confessava di preferire lavori di ispirazione più grave e sostenuta. Ma capiva bene che Canova, con quella sua prima Danzatrice, aveva intercettato il forte interesse per la danza nella cultura europea del primo Ottocento, che conosceva allora un profondo rinnovamento e una riflessione teorica proprio in rapporto con le arti figurative e lo studio dell’iconografia classica.

Le tre statue delle Danzatrici di Canova richiamano le tempere su carta che lo stesso Canova aveva disegnato già dalla fine del Settecento, ispirandosi ai dipinti parietali che aveva ammirato a Napoli e a Pompei: si tratta di piacevoli svaghi o “ozii”, come li chiamava lui, che oggi possiamo vedere esposti nelle piacevoli stanze della sua Casa natale di Possagno. Ed è proprio la seconda statua della Danzatrice di Canova, quella col dito al mento, che è stata composta seguendo il genere vezzoso e grazioso delle tempere.
Seguita più tardi dalla terza, Danzatrice con i cembali, eseguita nel 1815 per l’ambasciatore russo a Vienna, Andrej Razumovskij (il marmo si trova a Berlino, nel Boden Museen, mentre il gesso, che è stato pesantemente rovinato dalla Grande Guerra e recentemente restaurato, è nella Gipsoteca progettata da Carlo Scarpa a Possagno).
Le ultime due danzatrici confermano quindi il desiderio ricreativo e giocoso di Canova. Ce lo ricorda Antonio D’Este, amico dell’artista e suo compagno di studi a Venezia: Canova era animato dal desiderio di evadere dalla drammaticità dei tempi e si affliggeva “nel vedere da lungi alcuni nembi che turbare potevano la pace d’Italia: il che gli die’ motivo di modellare le due Danzatrici che, essendo di lor natura allegre, contrapponevansi alla malinconia”.

Proprio durante l’esecuzione del modello in creta della Danzatrice col dito al mento (1809), due eventi avevano particolarmente turbato l’autore: la deportazione del papa Pio VII a Savona, avvenuta il 6 luglio di quell’anno e la malattia di Luigia Giuli che gli era stata la governante per tanti anni e che forse gli aveva fatto anche da seconda madre. E’ per questo Canova incise, sul modello in gesso della statua, l’iscrizione “lavorata in giorni tristissimi”. Anzi, Canova scrisse a Quatremère proprio in quei giorni di luglio del 1809 di essere caduto in uno stato di prostrazione fisica e morale che lui stesso attribuiva al “male di qualche amico, e alle vicende del mondo”.

Anche Leopoldo Cicognara, che nel 1808 era diventato presidente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, diceva che, nelle Danzatrici, Canova era stato “dalle Grazie unicamente ispirato”. Eppure notava nelle tre sculture alcune diversità che le rendevano uniche: la prima danzatrice esprimeva “tutta la forza della gioventù più vigorosa”, sospesa sulle punte; quella con il dito al mento presentava la più felice espressione della grazia, favorita dallo sviluppo compositivo elicoidale, infine l’ultima, rappresentata nel salto, assomigliava a una baccante.

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