LE COLONNE DEL TEMPIO TAGLIATE IN 192 FETTE

L’atrio del Tempio di Possagno è fatto da due file di otto colonne ciascuna.

Sono colonne di pietra lumachella (una pietra durissima composta da milioni di conchiglie fossili) scavate nelle cave di Costalunga a qualche chilometro dal Tempio.

Ogni colonna è fatta di 12 fette cilindriche di pietra, messe una sopra l’altra; quindi 12 fette (si chiamano propriamente “rocchi”) per 16 colonne, vengono fuori 192 rocchi.

Cavati dalle cave di Costalunga, trascinati con carri fino al cantiere di Possagno.

Il trasporto delle colonne fu un’avventura memorabile, soprattutto perché non c’erano strade che collegavano la cava con il Tempio, ma carrarecce strette e sentieri malmessi, talvolta abbandonati.

Occorreva quindi sistemare la strada e aprire nuovi tratti di congiunzione. Ecco i tre percorsi possibili:
1- si poteva trasportare i rocchi “da drio le case di Costalonga” e scendere fino all’attuale Latteria di Cavaso e poi salire per il Ponteggio;
2- qualcuno, invece, pensava di trascinare i rocchi giù per San Tommaso, arrivare alla Vallorgana e salire per la via Morera o per il Ponteggio;
3- ma si poteva anche (e sarà questa la scelta in ultima) condurre i rocchi fino alla Bocca della Serra, scendere per la Rina, arrivare all’attuale Latteria e poi salire per i Ponteggi.

Alla fine si è scelto il terzo tragitto, con una variante però: il Ponteggio (il nome lo dice) era una località strapiena di valli e canali e scannafossi, con una strada praticamente tutta da fare.

E toccava al Governo fare le strade. E allora i soprastanti al Tempio (in primis Giacomo Bottamella, segretario comunale, e Giovanni Zardo, direttore dei lavori) hanno scritto al Governo di Venezia (che allora era sotto l’Austra…). Ma allora il Governo non rispondeva: i sudditi facevano suppliche e domande di contributo e il Governo, quasi sempre, non rispondeva. E quando rispondeva, era per dire di no… .

Si decise allora di far arrivare le colonne seguendo una strada un po’ strana: dalla Bocca di Serra, si scendeva verso la Valcavasia, si attraversava il torrente Curogna, poi il torrrente Musile, poi si saliva per la strada del Campestrino, si arrivava alla Croce, si saliva per Sofratta, si passava davanti al Cimitero che era da pochi anni stato trasferito nel posto dove è adesso, e su su per Sant’Albino fino al cantiere del Tempio.

Erano in tanti che si erano proposti per fare il trasporto delle colonne perché quello era un lavoro che se ti veniva aggiudicato ti risolveva i problemi di una vita: carrari e bovari di Possagno e di Fietta, di Castelucco e di Cavaso, di Pederobba e di Paderno si erano fatti avanti.
Facendo preventivi anche molto alti e disponibili non solo a trasportare le pietre ma anche a sistemare le strade e a mettere in opera i rocchi uno sopra l’altro con il perno al centro…

Quelli di Possagno pretendevano di avere un diritto di prelazione sull’assegnazione del lavoro perché “noi siamo compatrioti dell’immortal Canova”, dicevano.

Ma fu scelto invece un foresto, uno di Alano, nel Bellunese, un certo Giuseppe Nani, che propose di fare tutto il lavoro per sole 14.300 lire venete. Mentre altri erano disposti a fare lo stesso lavoro per 16mila o per 18mila. Qualcuno addirittura aveva presentato offerta per 24.000. Robe da matti.

Ma non sempre il prezzo migliore garantisce migliore qualità…

Anche perché il signor Giuseppe Nani aveva messo a disposizione due carretti per il traino, ma non aveva nessun bove o cavallo per caricarci il basto e farlo tirare.
Il suo sistema di trasporto infatti era del tutto innovativo e si fondava sul trasporto umano.

Umano? Sì, umano: otto uomini, in due file parallele di quattro, armati di cinghie incrociate al petto avrebbero tirato non uno ma due rocchi di lumachella alla volta dalla Costalonga al Tempio.

Il direttore Zardo era perplesso: lui, da che mondo è mondo, aveva sempre visto i buoi trainare i carri. Mentre i cristiani trascinavano le scàriole. Ma Nani era sicuro del fatto suo: e gli spiegava che il suo carro era fatto apposta per il traino da cristiani, con le suste e il rocchetto e gli assi che distribuivano il peso uguale di tirata a ciascuno degli uomini legati alle cinghie.

Zardo non ci credeva, ma era però attirato dall’offerta davvero competitiva. Alla fine impose una assicurazione per garantirsi che il lavoro venisse fatto a regola d’arte. E il Nani si trovò infatti un garante che ci mise i soldi di fidejussione: era un possagnotto, il signor Luigi Rossi.

Così, firmato il contratto, superate le ultime proteste dei locali, precisate le condizioni e le garanzie, finalmente si diede avvio alla condotta.

Si era alla metà di gennaio del 1822 (il Tempio era stato fondato nel luglio del 19…), che i primi due rocchi di lumachella vennero incassati sulla macchina da trasporto umana.
Molta gente lungo le strade curiosa di veder passare questo carretto da cristiani.

Otto uomini, di quelli grandiosi, si incrociarono le cinghie al petto e cominciarono a piegarsi in avanti per avviare il carico. Avevano due braccia così possenti che ciascuno avrebbe potuto abbracciare uno dei castegneri secolari del Pian de Raìn…

“…ma col tira, para, martella”, i due rocchi avranno fatto forse cento metri fuori dalle cave di Costalunga e poi si sono seduti sul pianale che sprofondò a terra.

Troppo pesanti due rocchi…

Si provò quindi con un rocco solo per volta. Ma anche così era inutile: il sistema non reggeva. La diffusione del carico di portata agli otto uomini non funzionava….

Insomma, il Nani dovette farsi convinto che bisognava tornare a mettere le cose al posto loro: perché era sempre stato che i cristiani tirano le scàriole e gli animali tirano i carri. Eh ciò, se sa!

Con quel carro innovativo e lentissimo, venne portato in cantiere un solo rocco di colonna (era venerdì 1 febbraio 1822, vigilia della Zeriòla).

Si passò subito al trasporto con i buoi: e allora ai primi di maggio erano già arrivati al Tempio 58 rocchi; alla fine di giugno restavano ancora in cava a Costalonga 110 rocchi da trascinar via.

Il lavoro era compiuto ai primi di ottobre del 1822: glielo comunicò a Canova il Segretario comunale Bottamella, in una lettera piena di entusiasmo… Che però Canova non lesse mai, perché il 13 ottobre, a Venezia, in casa del suo amico Francesconi, il proprietario del Caffè Florian, dopo una notte di sofferenza e agonia, spirò.

 

Giancarlo Cunial

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