L’AMORE PER CANOVA

Secondo gli antichi, Cupido (Eros) è la personificazione dell’amore che nasce all’improvviso in forma serena e talvolta burlesca. Per lo più viene rappresentato come un fanciullo nudo e alato, munito di arco e frecce, che colpisce al cuore non solo gli uomini, ma anche gli dei, inducendoli così all’amore. Figlio del dio della guerra Marte (Ares) e di Venere (Afrodite), egli provoca ferite e turbamenti. In età ellenistica Cupido è spesso moltiplicato e rappresentato sotto forma di gruppi di amorini e putti, come nelle pitture murali di Pompei. Canova, sulla scia di indimenticabili rappresentazioni affidate ai creatori dell’arte di tutti i tempi, attribuì a questa figura mitica l’immagine del principino Henryk Lubomirski. Henriyk è un Cupido, “il più bello e il più buono tra gli dei, il più giovane, di delicata natura e flessuoso” (Platone), e tale appariva il giovane principino quando Elzbieta Czartoryska commissionò la statua allo scultore.

Si incontrarono tutti e tre a Roma nel novembre del 1785 e, successivamente, nella primavera dell’anno seguente. Si rivelò una scelta appropriata e fortunata visto che fu replicata altre volte. All’artista, infatti, furono richieste, in seguito, altre sculture di identico soggetto, con solo alcune varianti, da eminenti personaggi dell’epoca: dal colonnello John Campbell, nel 1787-1789 (Cambridge, English National Trust Anglesey Abbey), da John David La Touche, figlio di un ricco banchiere irlandese, giunto a Roma nel 1789 (Dublino, National Gallery of Ireland) e dal principe russo Nikolaj Borisovič Jusupov (San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage). La statua dell’Amorino raffigurante il principe Lubomirski fu ultimata nel 1788 e inviata in Polonia nel 1790, al castello di Lańcut.

Negli anni tra il 1787 e il 1789 Canova ideò tre diversi gruppi sul tema dell’amore, ispirati al mito di Venere e Adone: Venere che piange la morte di Adone, Adone coronato da Venere e Adone licenziatosi dalla dea per andare alla caccia. Quest’ultimo marmo fu richiesto dal marchese Berio di Napoli e qui fu consegnato all’inizi. del 1795. Fu collocato in un tempietto del giardino del palazzo in via Toledo. La scultura, presente anche a Possagno nella Gypsotheca, rivela le altissime qualità espresse nella grazia del ‘bello ideale’. L’artista dedicò sempre molta attenzione a questo soggetto, realizzando due bozzetti in terracotta raffiguranti Venere e Adone. Nel 1789 Canova affrontò nuovamente il tema con un gesso, unica opera mai tradotta nel marmo: Adone coronato da Venere. Il mito descrive l’amore straordinario della dea nei confronti del bellissimo fanciullo: “Io sono già stanca per l’insolita fatica; ecco, un pioppo ci porge opportunamente, la carezza della sua ombra, e i muschi ci offrono un letto. Voglio riposare qui con te. E giacque sul terreno, posando sull’erba e sul giovane; e, tenendo la testa sul seno di lui giacente, così parlò, framezzando le parole con baci” (Ovidio). Questo gesso non fu mai tradotto in marmo da Canova, la presenza del bozzetto in terracotta anch’esso a Possagno, oltre a testimoniare un’opera non compiuta, ci riconduce, per l’impostazione, al grande gesso rappresentante Adone coronato da Venere. Il modello in gesso e stucco colorato rimane, così, un’opera unica. Riferendosi alla descrizione delle Metamorfosi, l’incantevole fanciullo diviene il simbolo di una bellezza antica, la cui simbologia è legata alla rinascita della natura. La sublime bellezza e la grazia dei due amanti viene ripresa dall’artista con un soffio di modernità; ed è il tenero legame degli innamorati che Canova immortalerà nel marmo quando vorrà cogliere il singolare momento dell’abbandono; quell’allontanamento sarà lacerante anche per Adone, nascosto all’interno dell’antro buio, ma comunque aggredito e, alla fine, trasformato in un fiore bellissimo, i cui colori riempiono la primavera. Come racconta Esiodo, Eros è il compagno di Venere, un compagno che in ogni momento sa scoccare le frecce per completare l’unione destinata a provocare, anche con mille “astuzie”, il sentimento di cui sono desiderosi gli amanti.

 

Antonio Canova, Adone coronato da Venere, 1789, gesso e stucco

 

L’amore sarà uno dei soggetti prediletti rappresentati nei dipinti a tempera, di cui Possagno conserva la quasi totalità. Questi ‘pensieri’ per immagini costituiranno la forma artistica più espressiva in cui il tema di Eros è irresistibile nelle sue azioni: Due ninfe e Amorino che gioca con una corona di fiori; Amorino che vola da una ninfa triste e Il mercato degli Amorini. Il tema dell’amore diventa poi determinante nella rappresentazione di Amore e Psiche. Affettuosi sono gli abbracci e gli sguardi che si scambiano le due figure. Dalla favola di Apuleio Canova trae l’istante in cui Amore coglie di sorpresa Psiche sdraiata sulla nuda roccia e l’abbraccia. È l’episodio più riproposto di questo mito: il bacio di Amore rianima Psiche, svenuta per aver aperto, contro il divieto di Venere, il vaso consegnatole nell’Ade da Proserpina. La celebre scultura è presente a Possagno nel modello in terracotta Amore e Psiche che si abbracciano, realizzato nel 1787. Agli anni 1796-1800 risale, invece, la realizzazione della scultura con Amore e Psiche stanti. Il gruppo fu completato da Canova nel 1797. Era stato richiesto dal colonnello John Campbell insieme alla versione di Amore e Psiche giacenti. Ambedue le sculture verranno poi cedute a Murat (Parigi, Musée du Louvre). Solo nel 1802 Canova si cimentò nella riproposizione dello stesso soggetto per ricompensare Lord Campbell delle mancate consegne, ma, ahimé, lo stesso colonnello cedette l’opera a Joséphine de Beauharnais che la collocò alla Malmaison, il suo castello, e oggi è esposta a San Pietroburgo al Museo dell’Ermitage.
È Canova stesso a evidenziare la concezione platonica che si nasconde sotto la rappresentazione di questo soggetto. In effetti, ammirando questo capolavoro, dopo che lo si è osservato da tutti i punti di vista, cercando di cogliere la naturalezza dell’abbraccio, il viluppo dei panneggi, la naturale postura dei piedi, il tenero abbraccio di Amore, dolce e innocente, cogliamo il sentimento spirituale che lo scultore ha rappresentato attraverso il gioco delle mani e della farfalla e scopriamo ciò che vi è contenuto e simboleggiato. La metamorfosi dell’insetto, da bruco a crisalide a farfalla, raffigura la trasformazione spirituale dell’uomo e dell’amore. In greco psyché, farfalla, è uno spirito. Così essa rappresenta sì l’amore, ma l’anima che unisce e fonde lo spirito dei due amanti. Psiche è rappresentata frontalmente, in contrasto con la posa di scorcio di Amore che, appoggiando il braccio intorno al corpo di lei, abbandona dolcemente il volto sulla spalla dell’amata in riposante contemplazione dello spirituale dono che sta ricevendo. Il fulcro della scultura è proprio la farfalla, espressione di un insolito virtuosismo scultoreo: essa è il centro espressivo della composizione.

 

Antonio Canova, Amore e Psiche stanti, 1800, Museo Gypsotheca Antonio Canova

 

In seguito, Antonio Canova racconta in due opere il mito di Cefalo e Procri: si tratta di una terracotta e di un dipinto a olio conservati a Possagno. In esse rappresenta quel tormento d’amore che sfocia nella gelosia e che conduce, attraverso la disperazione, alla morte. Cefalo fu amato da Eos, che lo sottrasse con l’inganno alla moglie Procri. L’avventuroso ricongiungimento dei due sposi ebbe un esito funesto: Cefalo, durante una battuta di caccia, uccise accidentalmente la moglie con una lancia portentosa, ma fatata, che lei stessa gli aveva procurato dopo averla avuta in dono, insieme con un cane, da Minosse, re di Creta. Il dolore del giovane è immenso e viene immortalato da Canova nella rappresentazione della disperazione che si manifesta al momento del distacco dall’amata, colta nell’eternità della morte. È sempre l’attenta e appassionata lettura delle Metamorfosi di Ovidio a permettere allo scultore di interpretare quel momento inconsolabile.

 

Antonio Canova, Cefalo e Procri, 1796, olio su tela

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