Isabella Teotochi Albrizzi: la figura di un’intraprendente salonnière

Legata alla appassionante storia di Antonio Canova si cela quella di una delle più ammirate figure femminili del tempo: si tratta di Isabella Teotochi Albrizzi (Corfù, 16 giugno 1760- Venezia, 27 settembre 1836), donna di buona cultura, conversatrice affabile che con le sue doti spiccò nei salotti veneziani di fine Settecento e inizio Ottocento.

Greca di origine, Isabella fu una grande amante delle arti, animatrice di alcuni fra i cenacoli culturali più fervidi del tempo e al tempo stesso fu legata a molti ragguardevoli intellettuali e artisti a lei coevi. Nel corso della sua vita coltivò infatti svariate amicizie e storie d’amore (ad esempio con Vivant Denon, Ugo Foscolo e Ippolito Pindemonte) instaurando in particolare un forte legame con Antonio Canova. Nata a Corfù il 16 giugno 1760 dal conte Antonio Albrizzi e da Nicoletta Veja, Isabella si sposò a soli sedici anni con il patrizio veneziano, Carlo Antonio Marin. Nel 1778 insieme al marito e al figlio Giambattista appena nato, si trasferì a Venezia per farci poi ritorno nel 1780, dopo due anni trascorsi a Salò, sul Lago di Garda.
Venezia alla fine degli anni Settanta del Settecento aveva ormai perso la sua potenza politica, finanziaria e militare, nonostante ciò, conobbe a una straordinaria fioritura di tutte le arti, in particolare dell’arte di godere la vita. Furono questi gli anni della grande riapertura dei teatri lirici, gli anni in cui il Carnevale attirava in città turisti stranieri, anni in cui la grande vita di società tendeva a spostarsi sempre di più dai palazzi ai “casini” o salotti. Il fatto che le dame potessero essere proprietarie di un casino e tenervi salotto a loro piacimento era un indizio della indipendenza e autonomia goduta dalle donne borghesi, libertà che si esprimeva anche nella possibilità di coltivare la passione per le lettere, la poesia, l’amicizia e la frequentazione dei letterati. A tal proposito, il 1782 fu per Isabella un anno fondamentale, poiché aprì uno dei suoi primi salotti presso il ponte dei Barattieri, il quale diventò meta ambita di letterati, artisti e uomini di mondo per circa mezzo secolo. La personalità da salonnière di Isabella molto influente nella Venezia del tempo, tanto da mettere in ombra figure di spicco quali ad esempio Cecilia Zen e Caterina Dolfin. Nel 1793 si separò dal marito e nel 1795 vennero annullate le nozze.

Il 28 marzo 1796 sposò segretamente il senatore Giuseppe Albrizzi, salendo ancora nella scala sociale e con lui ebbe un figlio. La fama della contessa continuò a far accorrere al suo salotto numerose personalità, lei stessa continuò le corrispondenze con intellettuali e letterali dell’epoca, intraprendendo anche dei viaggi (tra cui uno a Parigi nel 1817,) ma nel giugno 1835 iniziò per lei un triste declino fisico e morale che la portò a morire a Venezia il 27 settembre dell’anno successivo.

L’amicizia con Antonio Canova
Donna sofisticata, seducente e competente, Isabella Teotochi Albrizzi incarna quindi l’anima conversevole del Settecento; amava farsi ritrarre in svariati modi, suscitando l’ammirazione di molti suoi contemporanei che ambivano a catturarne i suoi lineamenti e la sua personalità con dipinti, incisioni, busti scultorei e liriche. Ma fu soprattutto grazie alla penna, quindi alla sua abilità nella scrittura, che Isabella conquistò con il tempo la fama, tanto che si impegnò nella stesura di alcune opere letterarie come i Ritratti e le Opere di scultura e di plastica di Antonio Canova.

L’amicizia tra Isabella Teotochi Albrizzi e Antonio Canova nacque nel 1796 quando i due si conobbero a Roma (Isabella in quegli anni era impegnata in un grand tour) e lui accettò di andare nella sua villa di Preganziol (Treviso) dove lei teneva salotto, ispirandola così a composizioni letterarie che fondono storia, critica e biografie. Nel 1807 Isabella fece pubblicare i Ritratti, dove condivide il ricordo degli ospiti e degli amici più interessanti. Ma al suo amico Canova decise di dedicare un lavoro più impegnato e celebrativo e fu così che nel 1809 pubblicò a Venezia le Opere di scultura e di plastica di Antonio Canova, una raccolta che omaggia lo scultore mediante ricche descrizioni delle sue opere, accompagnate da altrettante incisioni.

Canova decise così di omaggiarla con la Testa di Elena, datata e firmata nel 1811 e a lei donata nel 1812 (ora è conservata all’Ermitage di San Pietroburgo). Pare che lo scultore avesse tratto ispirazione proprio dal volto di Isabella per l’effige della più bella fra le donne della Grecia. La scultura ebbe un grande successo, tanto che tra il 1816 e il 1819 Canova arrivò a scolpire altre cinque copie e una sesta appena sbozzata fu trovata nel suo studio nel 1822 quando morì, ancor prima di vedere le Opere complete. La Testa di Elena rappresentata da Canova è giovane e gentile, porta sulla testa il mezzo uovo in ricordo del padre, simultaneamente Zeus e cigno. Si credeva che nella testa di Elena, Canova avesse ritratto Isabella e ad agevolare la sovrapposizione dei lineamenti di lei con la divina bellezza di Elena era naturalmente l’origine greca della gentildonna. Ma i lineamenti del volto di Isabella non somigliavano a quelli di Elena. Inoltre, quando si seppe che lo scultore stava preparando questo omaggio alla scrittrice, fu criticato perché pareva esagerato in rapporto alle gentilezze avute; molti infatti erano anche coloro che nutrivano antipatie per la donna, tra cui Leopoldo Cicognara e Pietro Giordani. L’amicizia invadente di Isabella secondo molti non sembrava necessaria o utile alla gloria del Canova, ma dopotutto che ricordo rimarrebbe di lui nella letteratura se Isabella non avesse divulgato le sue opere scultoree, descrivendole e commentandole in modo prolisso e affidandone la riproduzione a centoquarantotto incisori?

Fu proprio grazie a quest’opera dedicata ad Antonio Canova che Isabella Teotochi Albrizzi contribuì alla messa a punto di una letteratura che celebra le grandezze e le abilità del grande scultore. Lo scalpello dell’artista riuscì quindi a colmare indirettamente anche gli scaffali delle biblioteche, formando una specifica produzione letteraria in prosa e in poesia incentrata interamente su di lui.

A cura di Martina Pozzan

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