IL FASCINO IRRESISTIBILE DEL CRISTO DEPOSTO

Per i cristiani, Cristo è morto in Croce: non c’è altare che non abbia il suo crocifisso. Non c’è chiesa cristiana che non esponga la Croce come simbolo della fede.Ogni preghiera dei cristiani comincia col segno della Croce. In molte case e scuole, nei nostri tribunali e in diverse piazze campeggia la Croce, simbolo addirittura della civiltà occidentale.

Camminando per le montagne del massiccio del Grappa, si trovano le grandi croci devozionali, ben note ai vaccari, agli alpinisti e ai turisti: la Cross dei Lebi, la Cross del Pian dea Bàea, la Croce del monte Palòn…

Però, la fede dei cristiani non è fondata sulla Croce. Ma sulla resurrezione: se Cristo fosse soltanto morto, che differenza ci sarebbe stata tra lui e noi? Nessuna. Anche noi moriamo. Come è morto lui, uomo tra gli uomini.

La fede cristiana ha come suo centro la risurrezione di Cristo da morte. Perché Cristo è davvero morto, ma è soprattutto “veramente” risorto.

Canova, che ha voluto costruire il Tempio come la nuova chiesa parrocchiale di Possagno, si è misurato con questi temi: Cristo in Croce o Cristo risorto? La scelta che Canova ha fatto è quello del trapasso: né crocifisso né risorto. Per Canova, il vero volto di Cristo è quello deposto, a metà strada tra la Croce e la Resurrezione.

Questo soggetto lo hanno chiamato in diversi modi: la Pietà, il Compianto su Cristo, la Deposizione… Canova esegue il Compianto nel grande dipinto sull’altar maggiore del Tempio di Possagno. Realizza anche un prezioso, bellissimo bassorilievo in gesso che pochi vedono perché si trova nella Sala Consiliare del Comune di Possagno.

E poi ha fatto la Pietà. Una statua che doveva essere spedita nella chiesa parigina di saint Sulpice. Ma poi la commissione non andò a buon termine.

La Madonna è seduta e addolorata, Cristo steso a terra, il corpo bellissimo e inerte, la testa appoggiata sulla gamba di sua madre. La Maddalena quasi distesa sopra il Cristo come incredula di quella terribile visione.

Prima Canova ne ha realizzato il grande modello in gesso (quello con i chiodini di repère, che si trova nella Gipsoteca) che porta incise sullo zoccolo la sua firma e la data (novembre 1821). Si tratta di una delle ultime opere di Canova.

Infatti, al momento della morte (13 ottobre 1822), Canova non aveva nemmeno iniziato a tradurre in marmo questo gruppo colossale, che rimase così abbandonato nel suo studio.

Il fratello di Canova, Giovanni Battista Sartori, affidò (nel 1823) a Cincinnato Baruzzi la traduzione in marmo della Pietà, destinandola al Tempio di Possagno. Quando Baruzzi completò l’opera, Sartori aveva però cambiato idea: preferiva fare una fusione in bronzo dal modello in gesso di Canova. Il bronzo venne fatto da Bartolomeo Ferrari, nelle fonderie di Venezia, e fu trasportato (1830) nel Tempio di Possagno, dove ancora si trova ancora.

Questo cambiamento deve aver suscitato una notevole tensione all’interno dello Studio romano di Canova, come fa pensare una ricevuta che attesta che fu il Sartori a cambiare idea sulla versione in marmo, nella quale Baruzzi aveva già investito denaro per l’acquisto del materiale e il pagamento degli operai. Con questo documento, Baruzzi voleva evidentemente cautelarsi da possibili recriminazioni economiche da parte del Sartori, sempre molto attento su questo fronte.

Lo Studio romano di Canova venne chiuso da Sartori nel 1829: i modelli originali in gesso (compreso quello della Pietà) che vi erano dentro vennero trasferiti a Possagno per essere collocati nella Gipsoteca che si cominciava a costruire.

Nel 1830, il marmo di Baruzzi era completato e nel 1833 venne trasferito a Terracina, acquistato dal cardinal Dandini per 8000 scudi romani.

Giancarlo Cunial

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