Sappiamo da numerose testimonianze scritte e pittoriche che nello Studio di Antonio Canova si facevano calchi.

In gesso.

Calchi tratti dall’argilla, dal gesso, dal marmo.

Il metodo è quello che già gli antichi conoscevano:

–          la prima fase consisteva in una colata di gesso sopra un’argilla (per esempio, sopra un busto d’argilla modellato dall’artista), questo permetteva di fare il calco “negativo”. Una volta tolta l’argilla, il calco restava vuoto (e si chiamava così “forma”).

–          dentro la forma negativa, veniva versato  altro  gesso  che prendeva il posto dell’argilla iniziale: si creava così il “positivo” in gesso che veniva liberato della forma negativa.

 

 

I gessi della Gipsoteca di Possagno sono nati per lo più così: argilla, colata superficiale di gesso, svuotamento dell’argilla, seconda colata all’interno del negativo, apertura della forma e scoprimento del “positivo”.

Il positivo, solitamente, diventava il modello per la riproduzione in marmo.   La duplicazione della statua in marmo dal “positivo” la si faceva con l’uso del pantografo e dei chiodini di repère (“punti di riferimento”) che permettono di trasporre nel  marmo le stesse distanze che aveva l’argilla (e quindi il gesso che ne è la copia calcata).

 

 

Si possono fare anche calchi con altri materiali, per esempio con la cera (nella tecnica della fusione a cera persa).  Oppure con l’argilla su una statua in marmo: si fa aderire l’argilla sulla superficie del marmo che si vuole calcare, la si lascia essiccare e ne esce uno stampo, un’impronta “negativa”, che può essere a sua volta calcata riempiendola di gesso liquido…   Quest’ultimo metodo (argilla su marmo) pare sia stato usato da Stefano Serafin quando prendeva dal marmo il calco per riparare parti di statue fratturate dai bombardamenti in Gipsoteca della Grande Guerra.

Spesso in Museo i visitatori chiedono  come si chiamano i gessi della Gipsoteca:  calchi?  copie? semplicemente gessi?   modelli?  riproduzioni?

La domanda è fondamentale per capire non solo la tecnica di Canova ma soprattutto per apprezzare il valore  delle opere raccolte nel museo di Possagno.

 

Di solito, ai visitatori che chiedono queste cose noi diciamo che i gessi sono “modelli originali”.

Evitiamo di usare la parola “calchi” (anche se di per sé i gessi canoviani sono realizzati con la tecnica del calco) perché il termine risulta generico e spesso ha un’accezione negativa, quasi come a dire  che le statue in gesso sono semplici  repliche e copie.

 

A rigore di termine, per i gessi realizzati con la tecnica di Canova si usa il termine “cast” (inglese, che si traduce genericamente “calco” ma che, recentemente si preferisce riportare nella forma inglese) e “casting” indica, invece, il processo di costruzione e il metodo di lavoro usato.

 

Il termine “cast” crediamo sia il più adatto per indicare la formazione dei gessi di Canova.

Si usa “cast”, infatti, quando si costruisce uno stampo (un calco) di un oggetto solido (per esempio, l’argilla modellata da Canova, oppure il negativo ricavato dall’argilla) con del  materiale fuso (il gesso liquido, nel  nostro caso): se ben si osserva sia nella formazione del calco “negativo” sia nella formazione del calco “positivo” si usa il gesso fuso (liquido, colato…).

In ambito tecnico, si usa il termine “cast” ogni qualvolta siamo in presenza di fusione: si usa, infatti “cast” anche nel caso della fusione dei lingotti d’oro dentro gli stampi.  Ma si usa “cast” anche per indicare “forma mentis”, “stile nel vestire”, addirittura “forma poetica”.

Questo per dire che “cast” è termine che appartiene alla creazione dello spirito, del cuore, del pensiero…

Ci piace pensare che le prime idee di Canova, i modelli in gesso per i suoi capolavori in marmo, siano nati da un’idea immateriale (la forma è sostanzialmente vuota, è un involucro spirituale generativo) capace di dare forma sublime a una materia arrendevole (liquida) che si lascia plasmare.

C’è chi usa, per i gessi canoviani di Possagno,  il termine “mold” (americano) o, più comunemente,  “mould” (Regno Unito) che si traduce in italiano con “calco” o anche: “forma”, “sagoma”, “foggia”, “modello”, “impronta”.

Mould indica di solito lo stampo (calco) per contatto, per pressione tra due solidi.

Mould è l’impronta della scarpa nella sabbia o nel fango;  i paleontologi studiano i mould delle zampe dei dinosauri fossilizzate nelle rocce; mould è il pongo modellato tra due stampini.  Si  fa con la tecnica del mould anche la carrozzeria della macchina, i ripiani dei fornelli del gas, tutta la carpenteria metallica…

A differenza del cast, il mould non usa materiale liquido, non c’è passaggio da liquido (o colato) a solido. Quindi potremmo dire che Stefano Serafin, quando prendeva lo stampo di una statua in marmo con l’argilla faceva un “mould”, cioè un calco a freddo.  Quando in quel calco faceva una gettata in gesso per farne copia, allora faceva un “cast”.

 

Giancarlo Cunial

(ringrazio, per l’aiuto a comporre questo testo, l’ing. Annalisa Andreazza)

 

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