FRAMMENTA: COSI’ SOFFRONO GLI DÈI PER LA FOLLIA DEGLI UOMINI

Antonio Canova in Guerra

‘Prima operò lo stupore’

Mario Guderzo

 

 

Der selbstlachtgrimmwennfalscheheldenreden

Von vormalsklingen der alsbrei und klumpen

Den brudersinkensah der in der schandbar

Zerwühltenerdehaustewiegeziefer

 

Colui che ride amaro all’echeggiare di falsi discorsi d’eroi

Aveva visto il fratello affondare, ridotto in brandelli,

dimorare nella terra oscenamente scomposta

come bestie sacrificali

Stephan George, Der Krieg, Berlin 1917

 

 

Stupirsi che la guerra, deleteria manifestazione umana, possa interferire con la bellezza, distruggendo l’espressione del genio umano e le testimonianze che la Storia ci ha lasciato, sta diventando un luogo comune. Visitare i sacri luoghi dell’arte distrutti dai bombardamenti, sia accidentali che quelli frutto dell’ignoranza popolare, può sconvolgere gli stati d’animo e soprattutto può suscitare un’impressione indimenticabile.

È quello che sottoscrivono gli attenti osservatori coinvolti nella cronaca attuale che documenta come, oggi, va’ il mondo’.

Da sempre, però, l’arte è stata al centro delle guerre.

Testimonianze ancora ‘tangibili’ ce lo documentano.

“Un consesso d’iddii” fu quello che visionavano i soldati del fronte dal Brenta al Piave, nell’autunno del 1917, quando entrarono nel tempio del neoclassicismo: la Gipsoteca di Possagno.

Lo descrive Ugo Ojetti, sollecito testimone delle nefandezze degli eventi bellici in questo territorio[i]. E lo precisa con grande convinzione: “Prima operò lo stupore […] Quel candore, quella bellezza, quell’armonia, quella serenità di statue raccolte là dentro – in Gipsoteca –[…] erano il primo spettacolo d’ordinata e tranquilla pace che essi incontravano dopo tant’angoscia e tanto orrore”[ii].

Forse si sentivano in un’altra realtà, ammirando tanta bellezza quasi irreale agli occhi di quei soldati, destinati a ben altre immagini, immagini di sangue, di dolore, di distruzion; tutti furono rapiti da quella visione sia i più dotti e acculturati sia i più semplici e ignoranti.

Si può immaginare lo stupore di chi vi accedeva per la prima volta, questo sacro tempio dell’arte dal 1836 non era mai stato visitato da un pubblico così fuori luogo: semplici giovani in divisa militare che si trovavano per un tragico destino a soggiornare, forse per poco tempo,  in queste zone d’Italia nelle retrovie del fronte.

Fu un afflato emozionante suscitato dalla meraviglia dei corpi, dalle sinuose forme delle raffigurazioni della classicità e della storia; fu una sconvolgente visione provocata dallo splendore delle statue di gesso di Antonio Canova. E non poterono istintivamente che inginocchiarsi di fronte a quell’incanto, convinti di essere entrati in un luogo sacro, un museo volutamente edificato a basilica cristiana, in cui la spiritualità era rappresentata da una profana raffigurazione della bellezza tout court. Di certo chi di loro ebbe la fortuna di ritornare a casa non avrà mai dimenticato il candore e la maestosa teatralità delle opere canoviane!

 

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[i]Ugo Ojetti (Roma 1871- 1946) importante critico di arte, specializzato nel Rinascimento e nel Secentismo, scrittore apprezzato, aforista e giornalista di alto profilo, è stato direttore del Corriere della Sera nel biennio 1926-1927. Ha svolto anche un’importante opera di gallerista, organizzatore di eventi artistici nazionali e direttore degli stessi. Ha ideato la collana de “I Classici italiani” per la casa editrice Rizzoli. La sua biblioteca personale composta da più di 100.000 volumi è stata donata dalla figlia Paola al Gabinetto Viesseux di Firenze. Su Ojetti si veda: Ugo Ojetti, Una settimana in Abruzzo nell’anno 1907, a cura di A. Carrannante, Polla 1999; B. Pischedda (a cura di), La critica letteraria e il «Corriere della Sera», I, Milano 2011; L. Cerasi, Ugo Ojetti, in Dizionario Biografico degli Italiani, LXXIX, Roma 2013.

[ii]U. Ojetti, Introduzione, in Catalogo della Gipsoteca di Possagno, pp. 5-7

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