Ebe – l’opera e il mito

L’OPERA

 

L’opera ha una storia articolata; ne vennero realizzate quattro varianti in marmo, per le quali l’artista si basò su due diversi modelli in gesso. 

La prima venne commissionata dal veneziano Giuseppe Giacomo Albrizzi, nel cui palazzo fu sistemata nel 1799. Passata nel 1830 al re di Prussia, è oggi visibile alla Nationalgalerie di Berlino.

La seconda, oggi all’Hermitage, venne iniziata un anno più tardi per un certo M.Duveriez, benché nel 1801 passò a Giuseppina di Beauharnais. Ultimata nel 1805, fu esposta tre anni dopo al Salon parigino.

Entrambe queste sculture si basano su di un unico modello in gesso, modello che sappiamo ultimato nel 1796. Questa prima versione ottenne fin da subito un grande successo, ma non mancò di attirare a sé alcune critiche: il viso fu giudicato troppo poco espressivo, la nuvola alla base invece venne percepita di gusto eccessivamente barocco. Per questi motivi Canova eseguì un altro gesso per Ebe, (oggi a Possagno), dal quale vennero realizzati i due marmi successivi: il terzo e il quarto appunto. In questa seconda versione la differenza più evidente sta nella base, in cui alla nuvola venne sostituito un più classico ceppo d’albero, ma è anche apprezzabile una maggiore espressività del viso.

La terza versione, quindi, venne realizzata per John Campbell Lord Cawdor tra il 1808 e il 1814 e si trova oggi nel castello di Chatsworth.

L’ultima infine, fu eseguita nel 1817 per Veronica Guarini di Forlì, e nella pinacoteca civica della città romagnola ancora oggi è custodita.

Tra le due versioni, oggetto di questo articolo è la seconda. Questo sia perché le differenze tra le due non sono in fondo troppo importanti, sia perché a questa appartiene il modello della nostra gypsotheca. 

Ebe, coppiera degli dei, è immortalata mentre si posa in punta di piedi, la gamba sinistra in appoggio, la destra ancora leggermente sollevata indietro. Lo sguardo è fisso in avanti, la bocca leggermente socchiusa, un sorriso appena percettibile si disegna sulle labbra.

Il volto è levigato con estrema perizia; la pelle risulta quasi diafana e riesce a diffondere la luce in modo soffusamente uniforme. Questo effetto si pone a contrasto con la lavorazione dei capelli, che con i loro riccioli e le loro ciocche danno vita ad un vivace chiaroscuro.

Questa contrapposizione tra diverse luminosità appare su tutto il corpo: mentre il busto segue la levigatezza del volto riuscendo a creare passaggi tra luce ed ombra molto velati, il panneggio che copre le gambe si apre in infinite pieghe, generando un’ incessante alternanza tra luminosi bianchi e profondi neri.

Purtroppo mutila delle braccia nel gesso possagnese, regge un calice con la mano sinistra, mentre con il braccio destro alza una coppa, apprestandosi a versarne il contenuto.

I piedi, infine, risultano essenziali per l’effetto di leggerezza che trasmette l’opera: appoggiati sulla punta, accuratamente levigati come il resto della carnagione, sembrano trovarsi a reggere un corpo senza alcun peso.

 

IL MITO

 

Benché presenti delle varianti a seconda del luogo, la tradizione classica relativa ad Ebe segue delle costanti. 

Il nome stesso innanzitutto ha un significato legato all’eterna giovinezza; un’ associazione, questa, che trova sicurezza se si considera la trasposizione nel pantheon romano, dove Ebe diventa Juventas (e qui l’etimologia è decisamente più chiara).

Quella con la giovinezza è una connessione che si vede presente nella maggior parte della tradizione greco-romana, dove spesso la divinità è addirittura indicata come responsabile della giovinezza di tutti gli dei; D’altronde, un ruolo che le viene spesso attribuito è quello di coppiera, nell’atto di servire alle altre divinità nettare ed ambrosìa: gli “alimenti degli dei” in grado di non farli invecchiare.

A testimonianza di questa lettura esistono varie attestazioni letterarie:

ne parlano l’Iliade (“Fra lor la veneranda Ebe versava le nettaree spume”), le Eikones di Filostrato Maggiore (“Sosterrai questi corpi celesti per ora, Eracle; ma ben presto vivrai con loro nel cielo, bevendo, e abbracciando la bella Ebe; poiché devi sposare il più giovane degli dei e il più venerato da loro, poiché è attraverso di lei che anche loro sono giovani”). Come spesso accade, la sua diffusione continua in ambiente culturale romano. A testimoniare la persistenza del ruolo della dea, oltre che semplicemente del personaggio, si riporta un passo delle Metamorfosi ovidiane:

Nell’ampio vano della porta apparve, quasi fanciullo, con le guance coperte da un’ombra di peluria, Iolao, restituito alle fattezze dei suoi anni giovanili. Questo dono glielo aveva concesso Ebe, figlia di Giunone, vinta dalle preghiere del marito

Per ciò che riguarda la fortuna iconografica, l’arte antica non offre moltissime rappresentazioni della dea, e men che meno le offre uniformi. Le varie raffigurazioni variano a seconda dell’episodio considerato, e sembra non essersi mai pienamente affermato un insieme di attributi considerabili canonici, in grado di poterla riconoscere anche senza l’indicazione scritta del nome. Certo, se è mostrata come coppiera l’attribuzione non è particolarmente problematica, ma non mancano casi di ambiguità; già le volte in cui è semplicemente una ragazza alata costringono a chiedersi se non sia piuttosto un altro personaggio, Iris o Nike ad esempio. 

Il definitivo declino del mito arriverà con il Medioevo; Ebe resterà un personaggio della letteratura antica, copiato nei manoscritti insieme agli altri grandi autori, ma le sue figurazioni cesseranno. Per una triste ironia, l’eterna giovane sarà destinata a morire, e per vederla rinascere nell’arte si dovrà aspettare l’avvento della grande stagione rococò.

 

Sono molti nella Francia settecentesca i dipinti, soprattutto ritratti, che raffigurano la protagonista come coppiera, spessissimo nell’atto di abbeverare Zeus in forma d’aquila: si pensi al ritratto di Anne Pitt di Lebrun, alla Maria Antonietta di Drouais, alla principessa Ekaterina Dolgorukova di Lampi, solo per citarne alcuni.

La fortuna del tema nel ritratto è certamente singolare, ma ci porta a pensare ad un uso allegorico: esaltare la bellezza della figura, rappresentandola come dea dell’eterna giovinezza.

Da questo momento Ebe torna pian piano a comparire nelle opere, sculture comprese, dove a reintrodurre la figura è Flaxman.

 

I MODELLI

 

Se si considera che l’arte classica è appunto abbastanza povera di rappresentazioni di Ebe (e che le poche ancora oggi conosciute probabilmente non furono mai viste da Canova) e che per rivederla si deve aspettare il Settecento, si è autorizzati a fare alcune considerazioni. Innanzitutto, si è a maggior ragione autorizzati ad apprezzare l’originalità della soluzione canoviana.

In secondo luogo, si è costretti a cercare i modelli (pur sempre inevitabili) utilizzando uno sguardo più ampio. 

Il filone ritrattistico francese di cui si è accennato sopra non sembra aver avuto grande influenza dal punto di vista formale, anche se certamente è difficile pensare ad un puro caso: la fortuna del tema è contestualizzabile in un più generale clima di recupero del classico, ma nulla ci vieta di pensare ad un circolo virtuoso, in cui la fortuna genera altri ritratti, che a loro volta contribuiscono alla diffusione del soggetto. Il fatto stesso che siano tutte coppiere, inoltre, difficilmente non ha avuto ruolo nel fissaggio di questa specifica rappresentazione iconografica nei decenni successivi.

Per avere termini di confronto scultorei è opportuno guardare a Flaxman, scultore contemporaneo che sappiamo aver avuto stretti legami con Canova.

Opera di particolare interesse in questo caso è “L’Aurora che visita Cefalo sul monte Ida”, gruppo scultoreo del 1789-1790. Proprio il panneggio di Aurora sembra tradire ben più di uno sguardo sul gruppo di Flaxman: affine la lavorazione in curve sinuose, simile la risacca della stessa veste, che gonfiata dal vento torna verso il corpo di Ebe stessa.

E non solo arte contemporanea; certamente ad esercitare una certa influenza per la realizzazione della scultura deve essere stato anche il Mercurio volante di Giambologna, più antico di due secoli.

Un’affermazione del genere sicuramente sorprende, dal momento che la resa formale è incredibilmente diversa: mentre il Mercurio rappresenta uno dei più riusciti esempi della figura serpentinata manierista, tesa in ogni muscolo, Ebe è già all’epoca icona di grazia ed armonica compostezza.

Ciò che va considerato in questo caso, è che entrambe rappresentano due degli esiti più riusciti di figure in volo, ciascuna in perfetto equilibrio formale, certo ciascuna a modo suo.

Non deve sorprendere insomma che Canova abbia cercato in esso ben più di uno spunto; lui stesso ci fa sapere di esserne colpito, e l’intensa ammirazione di Leopoldo Cicognara non fa che confermare ciò.

 

BIBLIOGRAFIA

 

G.Pavanello, L’opera completa del Canova, Rizzoli Editore, Milano, 1976

M.Guderzo, Il museo e la gipsoteca di Antonio Canova di Possagno, Faenza Editrice, 2012

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