Com’è che si è arrivati a incaricare Scarpa per la nuova Gyposotheca

Il 30 maggio 1948, la Gypsotheca canoviana di Possagno veniva riaperta al pubblico dopo una chiusura di quasi sei anni.

Il pubblico poteva ammirare per la prima volta una nuova gipsoteca di Canova, sia perché erano entrati a far parte delle collezioni una decina di statue provenienti dalle Gallerie dell’Academia di Venezia, sia perché Luigi Coletti, direttore dei musei civici di Treviso e incaricato del nuovo allestimento, aveva diradato le opere esposte, rendendo così la Galleria più adatta ai criteri museografici e funzionali dell’epoca.

Nel 1948, era evidente che nel Museo di Possagno mancavano spazi: solo per aver tirato via dalle mensole della Gipsoteca ottocentesca decine di busti, aver relegato in spazi angusti e poco illuminati i bozzetti e i modellini e aver aggiunto i colossali modelli in gesso arrivati dall’Accademia di Venezia, le stanze e i magazzini della casa e del museo si riempirono di opere non esposte.

E infatti, nello stesso maggio 1948, il Comune di Possagno diede incarico al geometra  Giuseppe Fantuzzo (capo ufficio tecnico del Comune di Possagno e imparentato con i Serafin conservatori della Gypsotheca) e all’architetto Fausto Scudo di Crespano (che aveva progettato il campanile del santuario del Covolo a Crespano, l’istituto Filippin di Asolo e la chiesa del Probandato di Possagno) di sviluppare  un progetto per il museo capace di contenere le tante opere non ancora sistema né esposte.

La proposta architettonica che Scudo e Fantuzzo formularono (“inappropriata per qualità e criteri museografici”, scrive Frediani) venne bloccata soprattutto per motivi economici. Ma il problema restava: il museo di Possagno andava ampliato.

Si era nei primi anni Cinquanta e già allora il soprintendente Moschini aveva indicato al Comune di Possagno il nome di Carlo Scarpa con cui egli nel frattempo stava sistemando le Gallerie veneziane. Ne è prova una lettera che Moschini scrisse al Sindaco di Possagno il 30 novembre 1951: “… una degna sistemazione dei bozzetti di Canova potrà farsi con l’intervento di un architetto particolarmente esperto, quale a nostro avviso sarebbe il Prof. Carlo Scarpa dell’Istituto Universitario d’Architettura di Venezia”.

E poi  c’è un aspetto  a cui pochi oggi pensano ma che allora, subito dopo la seconda guerra mondiale, era diventato un fondamento per gli studi dell’arte italiana: Antonio Canova veniva riscoperto e riproposto allo studio delle accademie per le sue opere fino ad allora ritenute minori, cioè i modellini, i disegni, le terrecotte, i bozzetti…

Si cominciava a dire che Canova, al di là della facciata neoclassica, nutriva passioni, conservava sentimenti e sensibilità romantiche, era attraversato da sottili inquietudini, si era innamorato, aveva viaggiato,  scriveva diari, si sentiva legato al naturalismo veneto, modellava più agevolmente la tenera argilla piuttosto di scolpire il durissimo marmo (che lasciava ai suoi allievi nella fase della sgrossatura)…

Era in particolare Emilio Lavagnino, artigliere della Guerra Granda, ispettore delle soprintendneze, storico dell’arte, critico, giornalista dalla penna appassionata: fu lui in particolare ad avviare la riscoperta del Canova, a notare una sua conversione  ormai adulta  verso le fredde forme neoclassiche, perché prima  Canova era  l’artista del naturalismo veneto, il modellatore dei bozzetti in terracotta in cui si osservava, come in diretta, l’azione delle mani nella materia, i polpastrelli delle dita che restano rappresi nella docile creta ed eternati per sempre con la cottura.

Fu sempre Lavagnino che organizzò, a Roma, nella sesta Quadriennale d’Arte (dal 18 dicembre 1951 a metà di maggio dell’anno dopo), una mostra di opere canoviane, dove non c’erano marmi, né gessi neoclassici: Lavagnino a Roma riuscì a portare alcuni bozzetti in terracotta chiesi in prestito al Museo di Possagno e li fece conoscere al mondo.

Erano proprio quelle terrecotte che in Gypsotheca a Possagno neanche erano esposte e a cui nessuno, a dire il vero, aveva dato grande attenzione fino ad allora.  Fu un successo di pubblico senza precedenti e del tutto inatteso. Ne uscì, alcuni anni dopo  (1954), anche il catalogo che contribuì a  diffondere ad un pubblico ancora più vasto quelle opere deliziose e vive, cariche di pathos e inquietudine.

A Possagno, i visitatori del Museo aumentavano: la nuova guida delle collezioni, curata da Mario Rossi (uscita nel 1950),  ebbe diverse ristampe per la continua richiesta. E sempre Lavagnino annunciava la pubblicazione dei Diari di viaggio di Canova che in quei primi anni Cinquanta Elena Bassi stava per editare.

In quegli stessi anni, Carlo Scarpa riceveva (1955)  da  Antonio Rusconi (soprintendente ai Monumenti di Venezia) l’incarico di progettare una nuova ala del Museo di Canova, da terminare nel 1957, nel duecentesimo anniversario della nascita di Canova.  Lavagnino pubblicava un articolo breve ma denso sulle “conversioni” di Canova dal naturalismo, al classicismo, al romanticismo. La stessa Bassi  pubblicava (1957)  la nuova guida del museo dove però niente si dice del progetto di Scarpa per l’ampliamento della Gypsotheca, per molti aspetti ancora sulla carta, per effetto della “lungaggine” per cui lo conosceva bene lo stesso Moschini….

 

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