Carlo Scarpa e Antonio Canova

Per la realizzazione di un progetto architettonico o allestitivo, l’architetto Carlo Scarpa produceva molti schizzi su carta improvvisati o con aggiunte di altri segni realizzati a matita o con colori a pastello, tale decisione poteva, successivamente subire delle variazioni continue perché non era mai soddisfatto del risultato. Questo suo modo di procedere fu da lui adottato anche quando progettò l’ampliamento della Gypsotheca di Antonio Canova a Possagno. La sua grande preoccupazione era la situazione del terreno su cui, con decisione, intervenire per realizzare un edificio che non fosse impattante con il resto del preesistente: una grande aula basilicale edificata su progetto di Francesco Lazzari e divenuta dal 1836 un punto rilevante nell’architettura museale: quello canoviano, fu, infatti, il primo museo veneto a essere costruito appositamente per ospitare opere d’arte. Il genio creativo dell’architetto veneziano era tale da favorire qualsiasi invenzione, concedendo alla sua fantasia di progettare. Scarpa, in fondo, era capace di modificare qualsiasi elemento architettonico anche in corso d’opera.

Fondamentalmente l’architetto auspicava che fosse la luce a “costruire” uno spazio. Per lui non era necessario concentrare l’attenzione sul contenuto. Gli interessava il contenitore: qui, inizialmente, doveva essere collocata degnamente la colossale scultura del Teseo vincitore del centauro. Attorno a essa dovevano trovare degna sistemazione espositiva la collezione di gessi appena restaurati dopo il conflitto mondiale e tutti i bozzetti in terracotta. Gli premeva, inoltre, fare in modo che la struttura storica fosse in perfetta armonia con la nuova costruzione. Il nuovo edificio, poi, doveva inserirsi nello spazio antistante cosparso di colline, vegetazione, edifici storici e territori verdeggianti. L’allora Soprintendenza ai Monumenti per il Veneto era cosciente dell’incidenza di una costruzione di nuova progettazione e non consona allo spazio locale. Le caratteristiche poi adottate consistevano in finestre fuori luogo, spazi irregolari, piani sbalzati, pareti opache o marmorizzate e una vasca d’acqua dove la luce aveva la preminenza e infine materiali eterogenei. 

Il 15 settembre 1957 venne inaugurato questo ampliamento museale alla presenza delle autorità locali e del soprintendente Vittorio Moschini. Risultò immediatamente evidente tutta la genialità della realizzazione. La luce, innanzitutto, fu la protagonista assoluta in grado di produrre una lettura a tutto tondo dei gessi di Canova: il modello de Le Grazie, Amore e Psiche stanti, le danzatrici, le figure distese e soprattutto tutti quei bozzetti in terracotta inseriti nelle bacheche di nuova progettazione e finalmente valorizzati grazie alla riscoperta operata dalla critica. Ne risultò un museo ‘vivente’ dove il protagonismo è dichiaratamene affidato alla luce che riesce a impermeare anche il visitatore che ha a sua disposizione uno spazio in cui agire muovendosi all’interno di un palcoscenico costruito per piani, superfici, materiali e soprattutto attraversato da tanta luce che si espande e modifica la scena ogni istante del giorno e della notte. Carlo Scarpa scriveva: “Il problema che dovevo affrontare nella sistemazione della Gypsotheca era la luce: si trattava non di quadri, ma di sculture, e le sculture non erano di marmo o di legno, ma di gesso […]. E il sole, movendosi su una scultura, non dà mai effetti negativi, come invece, quando all’interno di un’aula va in certi punti e in altri no, mettendo in luce solo alcuni dei quadri, per quanto non ci sia niente che renda meravigliose le opere dell’arte come la luce potente del sole”. 

 

 

Testo di Mario Guderzo

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