Canova pittore e la Venere con fauno

LA PITTURA COME STUDIO PRELIMINARE DELLA SCULTURA:
CANOVA PITTORE E LA VENERE CON FAUNO

Come tutti ben sappiamo Antonio Canova è conosciuto per essere stato uno dei massimi esponenti della scultura neoclassica, ma nel corso della sua vita di artista ebbe modo di dedicarsi anche all’ esecuzione per lo più di dipinti ad olio e tempere. Molto probabilmente il giovane Canova venne introdotto e si appassionò alla pittura grazie al pittore veneziano Martino De Boni e si concentrò su questa attività in un periodo compreso tra la seconda metà degli anni Ottanta e la fine del Settecento. Con molta certezza egli iniziò a dipingere nei primi anni del soggiorno romano, a partire dal 1780 dedicando qualche ora al giorno, ma si ritiene che la maggior parte dei suoi dipinti fosse stata eseguita durante il suo soggiorno a Possagno nel 1798, nello specifico durante i mesi estivi di giugno e luglio. La sua attività di pittore terminò intorno al 1799, con alcune eccezioni che lo portarono a riprendere in mano i pennelli in occasioni successive, per eseguire per lo più dei ritocchi alle sue opere.
In seguito all’invasione di Roma da parte dei Francesi, l’artista, che risiedeva nella città, fu costretto ad abbandonare l’Urbe per far rientro al suo paese. Questo ritorno alla sua patria fu per lui un pretesto per dedicarsi alla pittura che, come successivamente si spiegherà, nonostante fosse per lo più un’attività eseguita per diletto e per svago, fu estremamente importante in vista della sua successiva produzione di sculture. Nel giro di due anni dipinse molte tele e quasi tutte le tempere e i monocromi che ancora oggi sono custoditi rispettivamente nella Sala degli Specchi nella sua Casa natale a Possagno e al Museo Civico di Bassano. Tra i suoi dipinti il più celebre è senza ombra di dubbio la straordinaria opera dedicata all’altar maggiore del Tempio, ossia il Compianto di Cristo, iniziato nel 1799 per la allora vecchia chiesa possagnese di San Teonisto e successivamente ripreso nel 1810 e nel 1821.
Rispetto a questo versante meno noto e un po’ eccentrico della produzione artistica canoviana, il suo maggior interprete, Leopoldo Cicognara, previde che tale produzione sarebbe stata oggetto d’interesse di studiosi come in effetti avvenne, anche se comunque rimasero molti dubbi sulla paternità di opere a lui attribuite. Nel settimo libro della sua Storia della scultura, quasi interamente dedicato a Canova, Cicognara alluse a quelle sue «opere di pennello eseguite col sapore delle tinte di Giorgione», riferendosi proprio alla produzione pittorica canoviana successiva, direttamente ispirata al grande esponente della scuola veneta. Cicognara ritornò in termini più minuziosi e dettagliati su Canova pittore anche in un suo contributo fondamentale sullo scultore, ovvero la Biografia di Antonio Canova, pubblicata a un anno dalla morte dell’artista, ovvero nel 1823. Qui venne ribadito il carattere estremamente personale di questa esperienza per Canova, grazie alla quale egli ebbe modo di mettere in pratica i segreti della tavolozza e soprattutto venne ribadita la gelosia che Canova dimostrò nei confronti di queste opere dalle quali non volle staccarsi, custodendole segretamente nella sua casa, senza mai separarsene, se non per rendere omaggio a persone a cui era unito da un legame speciale di riconoscenza o amicizia.
Uno dei maggiori biografi del Canova, Melchiorre Missirini ribadì come aveva già fatto Cicognara, il suo legame con la tradizione veneta del colore che gli servì per apprendere e applicare le migliori tecniche di levigazione scultorea. Del resto, la qualità pittorica che ancora oggi rende così unici i suoi marmi è proprio ottenuta grazie al procedimento dell’ultima mano che in un certo modo si può paragonare alle velature dei pittori veneti, costituendo un’essenziale chiave di lettura e di comprensione della poetica di un artista che fu spesso spinto dalla voglia di confrontarsi e addirittura sfidare la pittura e le sue tecniche.

Venere con Fauno (1792 circa, olio su tela, 151 x 205 cm, Possagno, Museo Gipsoteca Antonio Canova)

Nella prima monografia canoviana intitolata Le sculture e le pitture di Canova pubblicate fino a quest’anno 1795 scritta da parte del conte Faustino Tadini ed edita a Venezia nel 1796, viene descritto e illustrato un dipinto canoviano pressoché contemporaneo, ossia Venere con fauno. Si tratta di un dipinto a olio su tela realizzato da Canova intorno al 1792 e conservato presso la sua Casa Natale a Possagno. In esso è raffigurata una Venere ritratta in un interno ricco di tendaggi che riprendono la tradizione rinascimentale, giace semidistesa con eleganza su un giaciglio, circondata da cuscini e da un lussuoso drappo e al tempo stesso è oggetto dello sguardo ammiccante di un Fauno, collocato ai piedi del letto. Come anticipato, si tratta di un dipinto con chiari ed evidenti rimandi alla pittura veneziana del Cinquecento, ma al tempo stesso nella tela si riscontrano anche influssi di opere del pittore austriaco Raphael Mengs e della pittrice svizzera Angelica Kauffmann, ambedue autorevoli esponenti del classicismo romano contemporaneo.
Questo dipinto, così come anche la precedente Venere con lo specchio del 1785, è strettamente correlato alla produzione scultorea successiva, rivelando in particolare un percorso iconografico e stilistico che, con alcune varianti, sarà precursore della scultura marmorea di Paolina Borghese come Venere vincitrice, scolpita tra il 1804 e il 1808 e conservata presso la Galleria Borghese a Roma, mentre il modello in gesso è conservato alla Gipsoteca. Quello che salta agli occhi a primo impatto è la somiglianza delle due opere, nello specifico il divano con due cuscini su cui è distesa la scultorea Paolina, il quale è molto simile al giaciglio su cui si trova invece la Venere. Somiglianti sono anche le pose delle due figure femminili: le gambe ravvicinate, le nudità coperte da un drappo, la curva delle anche e il braccio destro sui cuscini per sostenere con delicatezza la testa. La Venere con fauno quindi non è altro che un’anticipazione di un atteggiamento che identificherà successivamente la Paolina idealizzata come Venere vincitrice, la cui iconica e divina bellezza la colloca al di fuori della realtà terrena. Tuttavia, la Venere canoviana risulta in un certo senso nuova e affascinante, poiché il viso e la posa sembrano più ravvicinabili nei particolari ai nudi ottocenteschi, sia per la linea affusolata del corpo, sia per lo sguardo malizioso della dea che solleva il drappo per svelare la bellezza e la grazia delle sue forme.
Risulta evidente quindi come questo dipinto (assieme ai numerosi altri) meriti una notevole attenzione poiché si tratta di un esercizio “ricreativo”, uno studio destinato a risolversi di lì a poco nella scultura. I dipinti canoviani, quindi sono da considerare non tanto un episodio marginale della sua carriera quanto piuttosto l’avvio del processo creativo, una specie di “produzione artistica propedeutica” alla scultura e legata all’imprescindibile momento dell’intuizione, della ricerca e della riflessione. I motivi che Canova metteva a punto con i dipinti e con le tempere non erano destinati a impressionare il pubblico di grandi intenditori e committenti, quanto piuttosto erano opere necessarie per studiare e anticipare di anni i «leggiadri motivi di parecchie sue statue» da cui si intuisce il livello di eccellenza che egli raggiunse specialmente nelle figure femminili.

Lo stato attuale e la raccolta fondi per il restauro del dipinto
Il dipinto attualmente necessita di un immediato restauro. La superficie pittorica appare infatti molto irregolare, con crettatura ampia e marcata: in diversi punti il colore è sollevato e distaccato dal supporto, denunciando una situazione di precario equilibrio che fa presagire la caduta di porzioni di policromia. Complessivamente si avverte un effetto disordinato dovuto anche alle vernici disomogenee che, in alcune zone di maggiore accumulo, formano delle macchie giallastre. Inoltre, in diverse aree, sono presenti prosciughi e parti lucide. La pellicola pittorica è inoltre offuscata dalla polvere di deposito e da pesanti ritocchi cromaticamente alterati.
È nostro dovere prenderci cura del patrimonio e creare le condizioni idonee perché venga trasmesso alle generazioni future nel miglior modo possibile, così come lo abbiamo ereditato.

È possibile sostenere il restauro del dipinto contribuendo alla raccolta fondi tramite Art Bonus, un incentivo fiscale, sotto forma di credito d’imposta che consente di recuperare il 65% delle erogazioni liberali effettuate a sostegno della cultura. Tutti possono donare con l’Art Bonus, persone fisiche e giuridiche, con un semplice bonifico bancario all’ IBAN IT 91 I 02008 05872 000105090189, evidenziando la causale “Art bonus – Fondazione Canova onlus – Venere con Fauno – codice fiscale o partita iva”.

Per saperne di più e per maggiori info:
https://artbonus.gov.it/beneficio-fiscale.html
https://artbonus.gov.it/2052-venere-con-fauno.html

Art Bonus

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