CANOVA E NAPOLI

Tra le capitali degli Stati italici pre-unitari, dopo Venezia e Roma, Napoli è la terza città in cui Canova soggiornò per un periodo più lungo. Ci andò per la prima volta nel 1780, per più di un mese, dal 22 gennaio al 28 febbraio, in compagnia dell’architetto veneziano Giannantonio Selva (quello che gli darà la prima supervisione del progetto del Tempio di Possagno, nel 1819).

A Napoli, Canova venne accolto dal Residente veneziano e da Contarina Barbarigo (alla quale, qualche settimana dopo, ricambierà la visita, accompagnandola nelle visite romane).

Ammirò le principali  opere d’arte antiche e moderne e gli scavi in corso, iniziati dal re Carlo di Borbone, a Minturno, Ercolano, Pompei, Paestum.  Napoli per Canova fu una straordinaria rivelazione: tornato a Roma, scrisse il 4 marzo 1780 all’amico coetaneo Renier, tutto entusiasta, soprattutto dei bronzi ercolanensi raccolti al Museo di Portici.

Ci tornerà per la seconda volta, una decina d’anni dopo, nel 1789, per ristorarsi della fatica del grandioso Monumento a papa Clemente XIV (oggi nella Basilica dei Santi Apostoli a Roma: il faticoso lavoro aveva procurato all’artista i primi gravi dolori al costato e al ventre che lo accompagneranno per tutta la vita).

Bozzetto per il Monumento a papa Clemente XIV

A Napoli trascorse un mese: incontrò, fra i molti altri, il colonnello Henry Campbell (futuro lord Cawdor) che stava facendo il suo Grand Tour nelle principali città italiane assieme al pittore Henry Tresham. In quell’occasione Campbell gli commissionò un gruppo con Amore e Psiche. Mentre Francesco Berio marchese di Salza gli ordinò un gruppo di Venere e Adone che infatti venne esposto in un tempietto appositamente costruito nel palazzo dei Berio a Napoli, nel 1794.

Il Venere e Adone era un soggetto che allora si diceva del genere “gentile”: quando il principe Onorato Gaetani d’Aragona vide la statua nella residenza dei Berio, commissionò a Canova (era il 22 aprile 1795) un gruppo di tutt’altro genere, quello “forte” o “eroico”: l’Ercole e Lica. E lo stesso re di Napoli, Ferdinando IV, affascinato come molti delle sue opere, gli commissionò nel 1796, un suo ritratto. Ma quando, nel febbraio 1798, le armate francesi, al comando del generale Berthier, arrivarono a Roma e occuparono la città, la folla romana che si era unita alle truppe nelle manifestazioni rivoluzionarie (le “teste calde” le definiva Canova) invase lo studio dello scultore e per poco non infranse il modello della statua di Ferdinando IV di Napoli…

Quando la città venne liberata e Canova, che se n’era fuggito nel Veneto nei due anni di tumulti rivoluzionari, ritornò a Roma, il re di Napoli tornava a chiedere la sua statua. Ma adesso Canova era perplesso: le circostanze che avevano ispirato quell’opera erano completamente cambiate. La rivoluzione aveva messo sottosopra tutto quanto.

Pio VI era morto in esilio, il nuovo papa era appena stato eletto ma non a Roma (a Venezia) e per lui non si annunciavano tempi facili. Canova era restìo a ritrarre personaggi politici e, soprattutto, quelli ancora viventi: con i cambi improvvisi di situazioni e i colpi di mano popolari occorreva stare Attenti a cosa si scolpiva.

Un’opera di Canova aveva non solo una sua bellezza assoluta ma era soprattutto un’indicazione politica, poteva far dire che Canova parteggiava per la rivoluzione o per la restaurazione…

Poi, quella statua di Ferdinando IV era fortemente idealizzata: il re veniva rappresentato con l’elmo di Minerva in capo, simbolo della saggezza del potere dei Borboni, un messaggio certamente tra i più discutibili dell’epoca.

Canova tornò ancora a Napoli all’inizio dell’Ottocento, quando il fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte, diventato re di Napoli, aveva a sua volta commissionato a Canova un monumento equestre del fratello imperatore: era il 1806. Nel dicembre di quell’anno, lo scultore fece un nuovo viaggio a Napoli per studiarne la collocazione in una pubblica piazza (anche se l’opera non fu mai eseguita: il bozzetto in gesso si trova nella Gipsoteca di Possagno).

Tornerà nel capoluogo campano nel febbraio 1813 per i busti del Murat e della regina Carolina (sorella di Napoleone), diventati nuovi regnanti di Napoli.  Sarà lo stesso Murat, nel gennaio 1814, quando ormai cominciava la lenta sconfitta di Napoleone,  ad occupare Roma, a mandar via i francesi dalla città e ad informare Canova che tutta l’amministrazione della città eterna passava al re di Napoli, compresi i musei… Nel maggio di quello stesso anno le vicende politiche internazionali riportarono a Roma il governo pontificio: il giorno 4, con un breve da Cesena, Pio VII aveva annunciato la ricostituzione del suo Stato. Il 24  maggio, Pio VII rientrava in città, dopo aver mandato a Parigi il cardinale Consalvi insieme a Canova, con il compito di reclamare quanto perduto con il trattato di Tolentino.

Nel giugno del 1919, duecento anni fa, Canova tornò a Napoli: bisognava fondere (presso la fonderia Righetti) il monumento, già preparato su commissione del Murat per rappresentare Napoleone a cavallo, e ora destinato al monumento di Carlo III di Borbone (la statua è ancora adesso in piazza del Plebiscito a Napoli).

Adone e Venere

Tornerà nel marzo 1820 per un breve soggiorno a Napoli sempre per la fusione del monumento equestre a Carlo III, ma dovette accettare, pur di malavoglia, anche la commissione di un monumento simile per il re Ferdinando.

Nel maggio dello stesso anno, Canova ritornò nel Veneto per seguire la costruzione del tempio di Possagno. Rientrò a Roma nell’agosto, per  dedicarsi al cavallo per la statua di Ferdinando di Napoli, ma nella primavera 1821 i disturbi di stomaco si riacutizzarono e Canova preferì tornare a Possagno.

Finito il cavallo per Ferdinando, l’artista nel maggio del 1822 si recò a Napoli per la fusione, poi passò l’estate a Roma, immerso nel lavoro, ma nel settembre dovette interrompere perché le forze non lo sorreggevano, e decise di tornare a Possagno sperando di trovarvi sollievo….

Dopo pochi giorni morirà, consumato dai dolori e dal lavoro.

 

 

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