Canova: da ritrattista a ritratto

Visitando la Gypsotheca o ammirando le opere di Canova, cogliamo nei suoi ritratti il suo modo di tratteggiare e interpretare i visi altrui. Ma come veniva ritratto il volto dello scultore?

Antonio Canova fu uno degli artisti più ritratti della storia e ogni opera sembra rappresentarlo come una persona nuova. All’apice della sua carriera, Canova non era più solo uno scultore; era diventato un diplomatico, un simbolo, un eroe nazionale che raccoglieva su di sé degli ideali propri più del romanticismo che della sua eleganza neoclassica.

Questi ideali, che così pienamente incarnava, non possono che trapelare dai suoi ritratti. Il ritratto non è una fotografia e il suo scopo non è necessariamente rappresentare fedelmente il soggetto. Il volto dello scultore, filtrato dal pennello di un pittore piuttosto che un altro, porta con sé delle idee, dei pensieri e delle emozioni che di volta in volta ci dipingono un’immagine diversa di quello che Canova rappresentava in quanto simbolo di un’epoca.

Il Ritratto di Canova eseguito da Thomas Lawrence venne dipinto a Londra nel 1815, in occasione del viaggio che lo scultore fece in Inghilterra per ammirare la collezione Elgin. Al momento della realizzazione della tela, Canova era un uomo di quasi sessant’anni che viene rappresentato comunque con capelli neri e folti, un viso giovane che sembra poco provato dal passare degli anni. La giovinezza che traspare dal suo volto rappresentano, in un certo senso, l’immortalità del suo genio.

 

Ritratto di Antonio Canova, Thomas Lawrence, 1815/1819

 

Lawrence dipinse il ritratto in una singola seduta per poi esporlo all’Accademia nel 1816. Il dipinto fu, però, ritoccato un’altra volta nel 1819. Il pittore aveva portato la tela a Roma con sé fece e chiese a Canova di posare un’altra volta “rendendolo un’opera d’arte ancora più perfetta”.

Nel suo ritratto Lawrence cerca di trasmettere qualcosa della genialità dello scultore attraverso l’intensità della resa dello sguardo. Èchiara la volontà del pittore di rendere palese che quello che sta ritraendo è un grande artista. Dopo la morte di Antonio Canova, Lawrence scrisse all’abate Sartori, amato fratello dello scultore, che era stato “esaltato” di aver potuto unire “la mia matita alla sua fama”.  Ma la fama dell’artista inglese non era inferiore a quella di Canova, i due erano artisti alla pari, egualmente celebrati per le loro rispettive arti.

Se nel dipinto di Lawrence, Antonio Canova viene rappresentato in un’idealizzazione romantica atta a far trasparire il suo genio, la rappresentazione che ne dà Hayez nel ritratto di Cicognara con il figlio di primo letto e la seconda moglie, ha connotazioni molto diverse.

 

Francesco Hayez, Ritratto della famiglia Cicognara, con il busto colossale di Antonio Canova, 1816-17. Venezia, casa privata

 

Cicognara volle che il pittore inserisse all’interno del dipinto la presenza dello scultore, che considerava come un fratello. Hayez introduce la figura dell’artista attraverso la stampa della Religione Cattolicae il monumentale Autoritrattodel Tempio di Possagno che si intravede come una presenza soprannaturale alle spalle del gruppo familiare. La rappresentazione della Religione Cattolica, così evidentemente ostentata in primo piano, allude polemicamente all’episodio del rifiuto di questo colosso monumentale da parte dei canonici di san Pietro, che temevano che la grande quantità di marmo potesse minare alla statica della Basilica. Nel lato sinistro della tela ne tratteggia, in modo completamente inedito, l’Autoritratto. La figura marmorea che domina lo sfondo del dipinto risulta e quasi inquietante, fosca, una presenza importante che il pittore non sembra riuscire a contenere nella tela. Canova è quasi un nume tutelare che sorveglia dall’alto la famiglia e la stampa della Religione sembra invece un papiro sacro che i Cicognara ostentano come una fede.

Il fatto che l’artista venga rappresentato attraverso le sue opere è un elemento simbolico importante: la sua fama e la sua genialità sono così grandi che per ritrarre l’artista non è necessaria la sua presenza. L’aura di sacralità che le opere trasmettono è abbastanza.

Hayez conobbe molto bene Canova e fu un protetto privilegiato dello scultore che molto lo tutelò e salvò in situazioni anche imbarazzanti. Sembra forse speculabile che la presenza sorvegliante dell’artista, in questo dipinto, rifletta la figura di genio vegliante che il maestro di Possagno probabilmente incarnò per Hayez.

In conclusione, mi sento di dire che Antonio Canova non fu un artista negletto. Le sue opere erano, in un certo qual senso, la rappresentazione dello spirito del suo tempo. Quella grandezza che, come abbiamo visto, emerge dalle opere che lo ritraggono e lo consacrano a noi posteri come eroe, genio, un nume e continuano a farci percepire quello che come icona significò per i suoi contemporanei.

 

Giulia Pizzato

Conservazione e Gestione dei beni e delle attività culturali; curriculum storia dell’arte

Università degli Studi di Venezia

 

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