ALLA SCOPERTA DELLA MADDALENA TRA CANOVA E CARAVAGGIO

Due artisti apparentemente molto distanti tra di loro, Canova e Caravaggio, ma uniti da uno stesso soggetto: La Maddalena. Nonostante i duecento anni che li separano, probabilmente Canova non vide mai l’opera di Caravaggio, non solo per via della sua attribuzione tardiva grazie all’intervento di diversi storici dell’arte, ma anche per una ragione estetica, di opposta visione della religione, della bellezza e del dolore. Sicuramente Caravaggio era possibile ammirarlo anche a fine Ottocento ma i suoi capolavori erano a malapena ricordati, in quanto dovevano reggere il confronto con i maestri del Rinascimento e dei classici del Seicento. Dunque, ai tempi di Canova, Caravaggio era un pittore lontanissimo dall’ideale classico di bellezza, teorizzato da Giovan Battista Bellori, e che invece costituiva in Canova il punto di arrivo. Secondo lo stesso Bellori ogni artista, pittore o scultore che sia, formava nella propria mente un esempio di bellezza superiore che ha origine nella natura. L’artista deve quindi attuare il bello ideale, ossia un tipo di bellezza universale assoluta che incarni le eterne idee. Concetto che è in contrapposizione al manierismo e al naturalismo caravaggesco. Per questo si può affermare Bellori come precursore di Johann Joachim Winckelmann, fervido sostenitore di questa teoria e che influenzerà l’arte e il gusto del suo tempo, promuovendo un’estetica neoclassicista. Canova difficilmente guardò a Caravaggio in modo diretto, anche se l’ipotesi non è totalmente da escludere; ciò che sappiamo, grazie ai suoi Quaderni di viaggio, è che per certo posò il suo sguardo su pittori del Cinquecento e del Seicento come Giorgione, Tiziano, Guido Reni, Guercino, Rubens, Poussin e Lorrain.

Una prima versione dellaMaddalena penitenterisale agli anni ’90 del Settecento e ritrae la donna piangente, inginocchiata a terra in avanti nella dolorosa meditazione della croce, che tiene tra le mani. Le fonti riferiscono che probabilmente nessuno aveva commissionato quest’opera, ma fu lo stesso Canova a sentirsi ispirato e a vedere nel Maddalena “un tema attraente pieno di espressione, di abbandonamento e di verità”. Nell’opera si assiste a una commistione di elementi mistici e profani, alcuni anticipano la sensibilità e la naturalezza romantica ottocentesca. Il giovane corpo della donna è coperto appena sui seni e sui fianchi da una veste semplice, mentre la chioma le ricade sulle spalle e sulla schiena. Il teschio alla sua sinistra è simbolo di presagio del suo destino imminente. Per quanto l’opera comunichi un certo pathos, non si può però dire che Canova si sia ispirato per il soggetto a Caravaggio. L’opera inizialmente fu promessa al conte Tiberio Roberti, procuratore del Veneto; a causa dell’occupazione francese del Veneto il conte dovette abbandonare la commissione. Dopo una serie di passaggi da un proprietario all’altro, la statua venne venduta al noto collezionista Giambattista Sommariva, che la espose nel suo palazzo di Rue des Remparts nella capitale francese, con un allestimento caratterizzato da dei drappi scuri e uno specchio alle sue spalle, in modo da poterla ammirare a tutto tondo. Infine, la Maddalena venne esposta al Salon del 1808, anche se il giudizio della critica e del pubblico non fu uguale per tutti. Mentre il famoso critico e grande amico di Canova, Quatremère de Quincy, scrisse che l’opera “sembrava avere del miracoloso”, ciò che turbo coloro che si trovavano in disaccordo con il parere di Quatremère, era la patina del marmo bianco di Carrara stesa sul corpo e sui capelli, la levigatezza estrema del marmo e la croce in bronzo dorato. Venne successivamente ceduta dagli eredi di Sommariva al marchese Aguado e quattro anni dopo finì nelle mani dei duchi di Galliera. Oggi è conservata al Museo di Sant’Agostino a Genova.

 

Tra il 1808 e il 1809 Canova modella una seconda versione per il figliastro di Napoleone e Vicerè d’Italia, Eugène de Beauharnais, che non presenta sostanziali differenze con la prima, se non per la mancanza della croce in bronzo. A seguito delle guerre napoleoniche, il figlio Maximilien Joseph sposa Marija Nikolaevna Romanov, figlia dello zar di Russia Nicola I e l’opera passa quindi dagli eredi presso un palazzo di famiglia a San Pietroburgo. Dopo la rivoluzione del 1917, la Maddalena si trova all’Ermitage di San Pietroburgo.

La terza versione della Maddalena, La Maddalena giacente, è quella che rappresenta la maturità dello scultore e che mostra come Canova si sia ispirato a opere come la Cleopatra morente di Guercino o all’ Estasi della beata Ludovica Albertonidi Bernini che sicuramente poté ammirare nel marzo del 1870, durante uno dei suoi primi soggiorni a Roma. Ciò che però colpisce è la semplicità con cui il corpo della Maddalena è abbandonato, tra estasi e deliquio, che ha poco a vedere con la gestualità teatrale dell’opera seicentesca del Bernini; questa semplicità sembra richiamare il gesto del capo della Maddalena di Caravaggio, il suo volto segnato dalle lacrime che le rigano il viso e i lunghi capelli che cadono sulle spalle. Altre affinità tra la Maddalena giacente e la Maddalena in estasi si possono notare nell’apertura della bocca, nella plasticità delle lacrime, nel movimento dei panneggi e delle loro onde. Quelli di Canova e di Caravaggio sono due mondi opposti ma all’occorrenza sembrano convergere nella dimensione del dolore e nella penitenza, tra estasi e questo oscuramento passeggero della coscienza, il deliquio. A seguito della fortuna che ebbe la prima Maddalena del Canova, lo scultore decise di esporre questa seconda Maddalena nel suo studio di Roma nel 1819. Questa informazione ci è nota grazie alle lettere che l’artista scrisse a Quatremère de Quincy in cui descrive l’opera da lui stesso creata “distesa in terra e svenuta quasi per eccesso di dolore di sua penitenza”. Canova afferma inoltre che il soggetto fu molto gradito al pubblico e che gli “ha fruttato molto compatimento ed elogi assai lusinghieri”. La Maddalena venne ceduta nel 1822 al conte di Liverpool, anche se oggi ne abbiamo perso le tracce. Restano però delle testimonianze bibliografiche e in particolare il prezioso bozzetto in terra cruda, che è espressione di quella che era l’idea avanzata da Canova stesso per la creazione dell’opera. Oltre a ciò, all’interno del Museo Gypsotheca Antonio Canova si è conservato il modello in gesso recante un’iscrizione che indica il mese di settembre dell’anno 1819.

 

 

In questo allestimento temporaneo presso la galleria ottocentesca della Gypsotheca si apre un dialogo tra l’opera canoviana della Maddalena giacente con la Maddalena in estasidi Caravaggio. Gli elementi suggestivi che accomunano le due opere sono le teste inclinate all’indietro, circondate dai capelli sciolti e caratterizzate da questo occhi schiusi in contemplazione estatica. Due capolavori così distanti ma allo stesso tempo molto vicini tra loro perché entrambi possiedo il dono di coinvolgere l’osservatore emotivamente, travolgendolo in un turbinio di sensazioni e di sentimenti.

 

Testo di Alessia Rizzi

 

 

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