FRAMMENTA: AL COSPETTO DELL’ARTE

Al cospetto dell’arte

di Mario Guderzo

Continuazione dell’articolo “Così soffrono gli dei per le follie degli uomini”

La maggior parte di questi giovani soldati, impegnati al fronte, non assistette alla rovina e allo scempio che si presentò,  all’indomani del Natale del 1917, all’interno della Gipsoteca. 

E’ sempre Ojetti ad impressionare: “A udire i proiettili muggire o grugnire valicando il monte Pallone, e precipitare sul tempio o sulle statue con lo schianto d’un gigante ubriaco che stramazzi in un gran rutto, si vedevano due volontà opposte: una, generosa armoniosa costruttiva, latina; l’altra, egoista, violenta distruttrice, barbarica. Quella voleva far bello pacato, ordinato il mondo, a mo’ d’un tempio tutto ritmo e luce, per la consolazione di tutti; questa, il mondo lo voleva suo, magari deserto, guasto e insanguinato,  ma suo”.

Esiste un archivio fotografico che testimonia lo strazio perpetrato nel piccolo centro abitato di Possagno ripreso completamente deserto in quel giorno di Natale, immagini colte dalla mirabile maestria di Stefano e Siro Serafin, padre e figlio, custodi del ‘sacro tempio’ di cui possiamo immaginare lo sconforto di fronte a quella sconvolgente apparizione. E ciò avvenne solo alla fine del conflitto, quando, di ritorno dallo sfollamento, procedettero ad un efficace intervento di riordino per permettere la fruibilità, vitale per un museo di questo genere unico al mondo, destinato all’esposizione dell’ eccezionale produzione artistica del più grande scultore Neoclassico.

Le immagini impresse nella gelatina rimangono a raccontare lo scempio, la visione rappresentata è sconvolgente: la scena più impressionante è quella in cui appare in primo piano l’Amorino Lubomirski,  il piccolo principe è rimasto solo a custodire quell’immenso spazio fotografato della Gipsoteca. Tutt’intorno solo pezzi di gesso, più o meno frantumati,  polverizzati. Alle pareti nulla più. Il Principe Henryk Lubomirski con accanto la Musa Polimnia sono le uniche presenze in quel vuoto. Il piccolo principe è stato mutilato delle braccia ed è stato decapitato. La sua testa è stata frantumata; ha perso l’arco e l’intera faretra. Non possiede più le sue armi, non può far innamorare nessuno e nessuno sarà più travolto dalla malinconia di una freccia in bronzo. Quale strana sorte gli è toccata! Lui che scatenava la guerra dei sentimenti viene bloccato nel suo agire, perché altre forze lo hanno travolto. E si trova accanto alla statua di Elisa Baciocchi Bonaparte rappresentata come la Musa Polimnia. La Musa non può più atteggiarsi alla declamazione,  la sua testa è stata polverizzata. Lei che era solita presiedere l’orchestica, la pantomima e la danza, associate al canto sacro ed eroico, è più che mai assente e silenziosa. I frammenti del suo volto e della sua chioma sono stati depositati ai suoi piedi, immortalati  istantaneamente. C’è un profondo silenzio tutt’intorno, un silenzio che ha invaso gli spazi privati delle altre sculture un tempo allineate lungo le pareti, affisse sui muri e sistemate sulle mensola soprastanti. Nulla sarà perso del modello di Polimnia, i resti verranno ricomposti dalla maestria di Stefano Serafin. Il Principe, invece, continuerà a presentarsi come una reliquia, fino ai giorni nostri. Tenteranno ripetutamente di rintracciare una scultura su cui calcare nuovamente il suo volto fanciullesco, incastonato dalla fluente chioma bionda, ma senza risultati; finchè, nel 2007, fu possibile utilizzare le nuove tecnologie per riproporre qualche anno dopo la sua ricostruzione. Oggi Henryk è tornato a risplendere nella sua bellezza, a testimoniare quel realismo nel ritratto che Canova immortalò fin dal 1786.

Un’altra vicenda che merita di essere narrata è stata immortalata da un’altra fotografia in cui troneggia imperioso, come il dio della guerra, Napoleone Bonaparte rappresentato da Canova come Marte pacificatore (1810) che regge con la mano destra le insegne imperiali e con la sinistra si sostiene ad un simbolo dell’impero. Il suo volto fiero e pensieroso guarda lontano. In questa immagine coglie il vuoto. Sembra quasi che la fierezza del portamento del potente imperatore, lo abbia reso immune perfino dai colpi inferti dalle armi: la sua bellezza, infatti, non è stata infranta, qui, è ancora perfettamente integra.

Alle sue spalle, compaiono Dedalo e Icaro (1777). Icaro ha la testa fracassata, Dedalo è acefalo ed è stato mutilato del braccio sinistro. E’ colto nel momento in cui sta applicando le ali per il grande volo del figlioletto. Sullo sfondo Amore e Psiche (1787) ci voltano le spalle e s’intravvede il dio senza la testa.

Sulla destra, invece, si collocano Venere e Marte (1816), la pace e la guerra. Lui è acefalo, con il braccio spezzato, e nasconde la Danzatrice con le mani sui fianchi (1806), poco più in là. Sul pavimento giacciono accatastati i frammenti di alcune stele funerarie e del Leone del Monumento funerario Rezzonico (1783). Se l’osservazione si spinge oltre si notano sulla parete vuota le tracce di un gigantesco bassorilievo che si è staccato ed è scivolato polverizzandosi sul pavimento. Macerie della volta del Museo si mescolano con i frammenti di sculture.

E’ Andrea Moschetti a descrivere come gli è apparsa la Gipsoteca “intieramente esposta – egli scrive – a danni d’ogni sorta […]. I primi danni furono inferti da granate nemiche, che scoppiando nella grande sala, buttarono all’aria o mutilarono colle schegge quel fragile materiale”

In quel fatidico Natale del 1917,  nonostante la salvaguardia dei patrimoni artistici fosse stata tutelata, in questo luogo, nelle immediate vicinanze della catena alpina, le sicurezze erano minime. La pianura veneta sorvolata dalle numerose incursioni aeree terminava proprio a Possagno ed alle spalle del paesino di Canova si apriva la linea difensiva Grappa-Montello-Piave.  Nella fase più rabbiosa e violenta della Guerra i combattimentisi scatenarono sul monte Salarolo, il Col Berretta e il Col Caprile e i paesi della Pedemontana si trovarono al centro delle battaglie. 

La brutalità della guerra, come sempre, non risparmia nulla e nessuno. A tutto questo si aggiunsero le manomissioni compiute dalle truppe alleate francesi, ma anche dalle italiane: scomparvero bozzetti in terracotta, modellini in gesso, busti, dipinti ed incisioni, al punto che fu necessario l’intervento di salvaguardia delle opere rimaste integre.

Sul limitare del conflitto, quando l’intero paesino di Possagno era stato sfollato a Ca’ Rainati, perché il suo territorio era stato trasformato in luogo di raccolta dei militi destinati alla trincea del Grappa e per l’accatastamento delle munizioni e dei vettovagliamenti, solo un coraggioso custode, Stefano Serafin, profondamente innamorato della sua professione, con un senso del dovere gesuitico all’insegna del motto perinde ac cadaver,  osò ritornare, a notte fonda, in Gipsoteca per visionare la situazione all’interno del “suo” Museo.

 

 


U. Ojetti, cit., pp. 6-7.

Delfini Filippi, L’Amorino di Possagno: storia di un modello in gesso di Antonio Canova e della sua conservazione, in Antonio Canova. Il principe Henryk Lubomirski come amore, a cura di M. Guderzo, Cinisello Balsamo 2007, pp. 93-97.

Antonio Canova. Il principe Henryk Lubomirski come amore, a cura di M. Guderzo, Cinisello Balsamo 2007, in particolare B. Trojnar, La statua di HenrykLubomirski come Amore di Antonio Canova nel castello di Lańcut, pp. 63-69.

A. Moschetti,I danni ai monumenti e alle opere d’arte delle Venezie nella Guerra Mondiale 1915-1818, Venezia 1932.

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