Ad ogni scultura il suo luogo. Alcuni esempi di collocazioni canoviane.

Secondo la lista stilata da Francesco Leopoldo Cicognara (17 novembre 1797 – 5 marzo 1834), Antonio Canova produsse in circa 30 anni di attività artistica 176 opere complete, 22 quadri e un grande numero di studi, disegni e modelli. L’intera produzione artistica dell’artista dalla grande fama è dislocata un po’ in tutto il mondo: al Louvre di Parigi, all’Ermitage di San Pietroburgo, al Victoria & Albert Museum di Londra, al Metropolitan Museum of Art di New York, e poi ancora Roma, Venezia, Berlino, Kiev, Monaco, Brema e Ginevra.

Le più famose sculture sono state acquisite e conservate in collezioni di musei che hanno creato appositamente numerosi percorsi espositivi dedicati. A volte però abbiamo la possibilità di ammirare i capolavori nell’ambiente originale per il quale sono stati pensati; ciò rappresenta una circostanza rarissima ai tempi d’oggi, ma ci permette di individuare e studiare la stretta correlazione tra la conformazione dell’opera e dell’ambiente circostante ad essa.

Una delle prime opere che possiamo ammirare nella sua collocazione originaria è il principe Henryk Lubomirski come Amore custodito nel Museo del Castello di Łańcut (Polonia). L’opera fu commissionata nell’autunno del 1785 quando la principessa Elzbieta Lobomirska si trovava in viaggio a Roma con il nipote Henryk Lubomirsky. Nel guardare l’amorino si percepisce il gusto fortemente classicista che contraddistingue il giovane artista nell’ultimo settecento. Si dice che l’Artista, per la timidezza del ragazzo, riuscì a modellarne dal vero solo il volto mentre per il nudo fece riferimento a una statua antica.

 

Altra opera importante per la connessione tra commissione e destinazione è Marte e Venere voluta dal futuro re d’Inghilterra Giorgio IV. Il marmo portato a termine nel 1822 fu consegnato alle collezioni reali inglesi dopo essere stato esposto nella sede della Royal Academy di Londra. Canova fu istituito alla creazione di quest’opera nel 1815, quando l’Artista si recò nella capitale inglese con lo scopo di visionare i marmi del Partenone da poco trasferiti in Inghilterra.

Il soggetto si presta a celebrare la pace restituita all’Europa all’indomani del congresso di Vienna; Marte è rappresentato tra le braccia di Venere con lo scudo del dio della guerra e la spada deposta ai piedi.

 

Oltre a Marte e Venere possiamo ammirare anche la statua gigantesca, in marmo, di re Ferdinando I delle due Sicilie (IV di Borbone) esposta al museo Archeologico di Napoli. L’opera venne commissionata da Ferdinando a Canova durante alcuni suoi viaggi alla scoperta degli scavi iniziati da Carlo di Borbone a Minturno, Paestum, Ercolano e Pompei. La storia dell’opera è molto complessa: nel 1803 Antonio Canova aveva già compiuto il modellino in gesso, il modello colossale e la sbozzatura del marmo, ma l’avvento dei Bonaparte al trono napoletano nel 1806 fece arrestare l’impresa.

Si arrivò quindi al 1815 con il ritorno di Ferdinando I re delle due Sicilie che permise la ripresa del processo dell’opera. Nel 1821 la grande statua venne collocata nel Museo Borbonico (attuale Museo archeologico nazionale), più precisamente in una nicchia dello scalone monumentale indicata precisamente da Canova. L’inaugurazione della statua avvenne il 7 febbraio del 1822.

 

Per concludere, ricordiamo che Antonio Canova creò anche molti monumenti funebri di diverso tipo e molti di loro sono ancora nelle loro collocazioni originali.

Per esempio, il nuovo modello di sepolcro piramidale della tomba dell’arciduchessa d’Austria Maria Cristina che riprende il tema del corteo funebre e del passaggio dalla vita alla morte ancora oggi collocato all’interno della chiesa cattolica degli agostiniani di Vienna (Augustinerkirche di Vienna).

 

 

Poi ancora il monumento funebre di Papa Clemente XIII a San Pietro in Vaticano, quello di Papa Clemente XIV nella chiesa francescana dei Santi XII Apostoli nel centro storico di Roma e il monumento funebre di Vittorio Alfieri del (1810) voluto dalla contessa d’Albany anche lei sepolta nella basilica di Santa Croce a Firenze.

 

 

A cura di Cristina Michelon

 

 

 

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