A POSSAGNO, PER LA PRIMA PIETRA DEL TEMPIO

Già era giunto il giorno in cui si doveva mettere la prima pietra del Tempio in Possagno: era l’11 luglio dell’anno 1819.

Come l’aurora spuntò, quella festa fu annunziata alle valli e ai colli circostanti dallo scoppio di archibugi e mortaretti che si sentirono per tutta la Valcavasia fino alla Piave: e già nei giorni precedenti si era diffusa la notizia del grande evento nelle città e nei luoghi veneti più lontani: e infatti a Possagno arrivarono per l’occasione genti d’ogni condizione anche dai paesi più remoti; tra queste, diversi personaggi di fama e di ingegno.

Quel giorno memorabile era stato scelto di domenica per dare maggior possibilità ai lavoratori della campagna e ai malgari di parteciparvi.

Come si faceva di solito, tutti si raccolsero nella vecchia chiesa di Possagno, quella dedicata ai santi Teonisto, Tabra e Tabrata, dove si celebrarono solenni uffizi e il sacrificio eucaristico.

Era presente, naturalmente, lo stesso Canova, arrivato dalla sua casa nel colmello dei Socal, vestito con l’alta uniforme del Cavaliere di Cristo (mantello a larga falda di panno rosso, spalline, ricami, calze bianche di seta, feluca ornata di piuma bianca e scarpine nere allacciate con fibbie).

Era acclamato e salutato da tutti, gli dicevano “evviva il Cavalier Canova”, “evviva il nostro benefattore”: c’erano anche i vecchi del paese che lo avevano conosciuto piccolino andare col nonno Pasino nelle cave delle pietre nella località Giardini; c’erano i giovani montati a cavallo con gli schioppi carichi che gli facevano corona di sbari e frastuoni.  C’erano le ragazze, dai capelli intrecciati e raccolti sulla testa, la camiciola candida e la gonna nera e coperta dei fiori più belli (Canova si inchinò ad assettare le trecce d’una bambina che gli rammentava colei che nella sua fanciullezza lo punse per la prima volta d’amore: la bella Bettina Biasi, ormai diventata donna adulta e madre, anche lei presente in quella giornata memorabile per rivedere il suo Tonin che se n’era andato a Roma tanti anni prima).

Johann Anton Pock, A. Canova pone la prima pietra per la costruzione del Tempio di Possagno, 1819

Dopo la santa Messa, Canova, con il Parroco del luogo, don Andrea Bellis, e le autorità civili del Comune, il segretario Giacomo Bottamella, i Fabbricieri della chiesa, il pittore boemo Anton Pock (che disegnò la cerimonia), tutta la famiglia Fantolin di Crespano, gli architetti Pietro Bosio e Antonio Diedo e gli esperti e gli uomini illustri nelle scienze e nelle arti e il popolo tutto mossero in processione verso il padiglione ufficiale (una tenda riccamente decorata), elevato per l’occasione nel luogo dove si sarebbe posta la fondamenta del nuovo edificio.

La prima Pietra memorabile venne gettata dal parroco; la seconda, dal regio vice delegato di Treviso, Girolamo conte Onigo; la terza dallo stesso Canova, che sul petto portava la croce e la placca donategli dal papa Pio VII.  La pietra che vi sistemò lo stesso Canova conteneva una medaglia d’oro che raffigurava in una faccia la testa di Canova e nell’altra il disegno del Tempio che da quel giorno si cominciava a costruire.

Poi, la quarta pietra venne messa in cantiere dal regio commissario distrettuale di Asolo, Angelo Zanardini; la quinta pietra dal primo deputato comunale Bendetto Biron… E così via per tutte le altre personalità presenti alla grandiosa e storica occasione, dalle dieci del mattino fino all’una del pomeriggio tanto che era ormai visibile un primo cordolo di pietre a segnare il perimetro del futuro grande edificio, destinato ad ornare dell’arte greca e latina la maestà del nostro culto.

Terminata la cerimonia, gli amministratori comunali e le distinte autorità e i foresti ancora presenti a Possagno, in lieto e riposato ordine, si recarono all’abitazione dello Scultore, su espresso suo invito, per sedersi a festivo convito: era solito Canova, anche a Roma, invitare uomini integri e schietti, amici e intellettuali, ma anche persone povere e di umili condizioni, alla sua mensa giocosa.

Non tanto per cercare chissà che piatti e leccherie a solo appagamento del ventre, ma per stare in compagnia di persone belle e oneste, per fare due parole amichevoli e qualche ragionamento.

Del resto, in quello stesso giorno, non c’è stata una casa di Possagno dove non ci fosse una domestica imbandigione per quella memorabile giornata. E, alla sera, perchè il giorno fosse completo, il tripudio di suoni e canti si sparse intorno, e si ripeterono gli spari dei mortaretti e i palloni aerostatici si levarono in cielo spinti dai venti leggeri…

Le popolazioni dei paesi prossimani consideravano già l’edificio appena iniziato come una gloria generale di tutte quelle valli. Felice concordia e fraternità, fonte delle opere più virtuose!

 

Giancarlo Cunial

 

(per questo testo, è stata rielaborata la cronaca di Melchiorre Missirini, scritta nel volume Del Tempio eretto in Possagno, 1833)

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