TANTE COSE CHE CI SFUGGONO ANCORA DI CARLO SCARPA

TANTE COSE CHE CI SFUGGONO ANCORA DI CARLO SCARPA

Carlo Scarpa ha lavorato a Possagno, su incarico della Soprintendenza, dal 1955 per realizzare un nuovo padiglione della Gipsoteca canoviana: quella che aveva costruito il fratello di Canova, l’abate Giovanni Battista, era troppo affollata di statue.

E per di più dopo la Seconda Guerra mondiale, quando l’Accademia di Belle Arti di Venezia stava rimescolando l’allestimento delle sue collezioni e cedeva in deposito al Museo di Possagno una decina di suoi gessi, due dei quali erano i colossi del Teseo sul Centauro e dell’Ercole e Lica.

Carlo Scarpa progettò la nuova ala rimodulando le poche stanze che il custode Stefano Serafin e suo figlio Siro avevano utilizzato per riparare e restaurare i gessi colpiti dalla granata della Grande Guerra: intervenne sostanzialmente inventando quattro vani: 1- l’ingresso (dove prima c’erano due stanzette buie e chiuse al pubblico con i bozzetti in terracotta dentro un vecchio armadio-espositore in legno e alcuni modellini in gesso posti su delle mensoline a parete); 2- la stanza centrale (quella ora occupata dalle Danzatrici di Canova) che Scarpa volle leggerissima e come senza pareti, per far circolare la luce diffusa che avrebbe dovuto invadere tutto il nuovo edificio; 3- la “Torretta” con quattro grandi lucernari a soffitto per “ritagliare l’azzurro del cielo” (forse lì avrebbe voluto mettere uno dei due gessi colossali arrivati dall’Accademia di Venezia…); 4- il Corridoio delle Grazie con la parete meridionale a vetri che guarda su una graziosa piscina e apre lo sguardo verso il parco di Canova e, più in là, sui lontani colli asolani.

Ma ci sono sempre stati degli interrogativi aperti qui a Possagno sull’operato di Scarpa, un genio creativo che forse non ha mai incontrato la solida, robusta ruvidità degli amministratori della Fondazione Canova. Ve ne racconto alcuni, così, i primi che mi tornano alla mente:

1- Si diceva che Carlo Scarpa si fosse arrabbiato (e quando si arrabbiava, apriti cielo!) perché non gli hanno lasciato abbattere la parete che dalla stanza d’ingresso guarda verso il giardino delle rose e che anche per questo se ne sia andato sbattendo la porta lasciando interrotti i lavori di cantiere…

2- Si diceva che Carlo Scarpa avesse voluto tracciare la calletta in cògoli del Piave, quella che corre tra le due Gipsoteche, per realizzare un percorso, un passeggio, una terrazza… Ci sono tanti francobolli di piante e pietre a Venezia così che forse Scarpa pensava proprio a un angolo amèno accanto alla forimetria che lascia intravvedere le Grazie di Canova e al mesto gorgoglio della piscina… Si trattava forse del nuovo ingresso all’intero Museo? E cosa resta delle campane di piante e fiori in noce di Slavonia che aveva collocato proprio in quello stretto e silenzioso pertugio dell’anima?

3- i grandi finestroni a soffitto della “Torretta”: dicono che Scarpa avesse lasciato all’incrocio delle vetrate una fessura, un’apertura che testimoniasse l’errore umana, la possibilità che nelle cose fatte dall’uomo ci fosse l’imperfezione…

4- Il gradino sonoro di Carlo Scarpa: sono in molti che mi dicono che Scarpa li faceva proprio sonori i gradini. Chi infatti viene nella Gipsoteca di Possagno e percorre il corridoio delle Grazie, quella sala oblunga che termina con la parete vetrata, incontra due gradini in pietra aurisina che poggiano su staffe in metallo ancorate in modo che la pietra “fa binca banca” (così mi diceva Settimo Manera che della Gipsoteca è stato un papà affabile e sapiente per tanti anni)….

5- le teche in cristallo di Carlo Scarpa: “no le riva né le stropa”, mi diceva un architetto che non nomino altrimenti si prende le rampogne dei colleghi. In effetti sembra proprio che per molte di quelle geniali teche, che contengono i bozzetti canoviani in terracotta, le lastre di vetro dell’area laterale sembrano non essere ben sicure entro i legnetti avvitati (un’invenzione di Scarpa) e pare (pare, dicono, dicevano…) che il filo di ferro che chiude le teche nella parte superiore non sia di Carlo Scarpa ma della ditta che ha completato i lavori in assenza del progettista che se n’era andato alla vigilia della inaugurazione senza lasciare traccia di sè….

6- cosa c’entra Carlo Scarpa con l’Ala Ottocentesca di Lazzari, nella Gipsoteca di Possagno? Pare poco, pochissimo, forse quisquilie. Si diceva che fosse stato Carlo Scarpa a ricomporre il Monumento a Maria Cristina. E invece no: furono probabilmente il geom. Fantuzzo e l’avv. Mario Rossi, con Siro Serafin il custode, a mettere in opera la piramide, con i gruppi della Fama, della Beneficienza e del Genio (a Scarpa si deve invece la “Porta” inserita al centro del Monumento, Porta che fu tolta alla fine del secolo scorso…). Pareva che Scarpa avesse voluto riformulare le collocazioni delle statue nell’ala Ottocentesca e invece no, dagli ultimi studi sembrerebbe che a SCarpa sia stata data libertà di prelievo di alcune statue dalla prima Gipsoteca per portarle nella nuova ala da lui costruita… Forse l’intonaco chiaro chiaro delle due gipsoteche è voluto da Scarpa. Forse…

… e poi, ma è vero che si è fatto seppellire in piedi?

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La foto è tratta dallo straordinario volume del prof. Frediani sull’Ala Scarpa della Gipsoteca di Possagno.

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