Nasceva sfortunato Canova, a Possagno, 261 anni fa

Antonio Canova è nato a Possagno (Treviso), nel colmello dei Socal, il primo novembre 1757: si nasceva in casa allora e sua madre, la Anzoleta della famiglia Zardo di Crespano soprannominata Fantolìn, avrà altri due figli dopo di lui, entrambi battezzati col nome di Michele Arcangelo, entrambi morti poco dopo dal parto.
Il timore, reale, fu per molti anni che anche il primo figlio potesse morire in giovane età: gracilino era sempre stato fin dalla nascita ma il destino ha voluto che almeno lui sopravvivesse in quella terribile stagione in cui la morte si portava via più d’un terzo dei nati vivi.
La famiglia di Canova da generazioni cavava pietre, le segava, le scalpellava, le bocciardava, le vendeva, le metteva in opera: aveva cava di pietra biancone, aveva anche un casone per la prima lavorazione dei corsi cavati in località Giardini, poco lontano da dove oggi si erge il Tempio.
Il padre di Antonio Canova, Pietro, era nato anche lui a Possagno (nel 1735): anche lui era “lavoratore in pietra e architetto”.
Con suo padre Pasino, Pietro si era portato nella cava di Possagno fin da piccolo, quando avrà avuto sette, otto anni. Si doveva far presto a crescere, allora, perché a chi restava piccolo, a chi restava indietro succedeva che il “martorello gli mangiava il durello” (la morte gli riduceva l’esistenza)
Da subito, Pietro aveva imparato a usare in cava il lievarino e la mazzetta, il piccone e la bocciarda. Aveva imparato a caricare sulle scàriole le pietre estratte dalla montagna, a trascinarle al casone per la prima politura, la livellatura, la levigatura, la scontornatura, la bocciardatura e poi a caricarle sul carro per trasportarle direttamente nei cantieri locali.
All’incirca a dieci anni, Pietro era stato instradato da Pasino fino a Crespano, al di là del profondo canalone del torrente Lastego, così che entrasse nella grande fabbrica del nuovo duomo, progettato dal Massari, che proprio a metà del Settecento veniva innalzato grandioso e solenne.
Molte maestranze di lavoratori e artigiani di tutta la Pedemontana del Grappa erano state chiamate nel grande cantiere di Crespano a prestare la loro opera: i Canova e i Marcadella per le pietre, i Fantolini per il legname, i Fornasieri per i laterizi, gli Andreatta per i chiodi e i ferri…
Era stato proprio a Crespano che Pietro aveva conosciuto Angela Zardo che portava il rancio a suo padre Giovanni Zardo, abilissimo falegname della famiglia dei Fantolini, anche lui come molti altri su per i ponteggi del duomo: i due ragazzi si salutavano, discorrevano, si conoscevano, si “incontrarono col fiato” e alla fine capirono che si sarebbero sposati: le nozze si celebrarono nella vecchia chiesa di san Pancrazio di Crespano il 23 novembre 1756: Pietro aveva poco più di 21 anni, Anzoletta 19.
Cinque anni dopo, ai primi di agosto 1761, Pietro Canova, moriva all’età di ventisei anni: non è chiaro cosa lo abbia condotto alla tomba, ma si è sempre detto a Possagno che il male ai visceri se l’era portato via; lo stesso male probabilmente che colpirà Antonio Canova già da ragazzo e che lo farà soffrire in modo bestiale fino alla morte.
Al momento della morte, Pietro lasciava nella casa di Possagno una vedova giovanissima (24), figlioletto Antonio di quattro anni; il burbero Pasino di 47 anni (un bravo tagliapietre e uno scultore discreto, ma bisbetico quanto basta, capace di picchiare il nipote se non si impegnava a dovere nella cava e anche di allungare le mani sulla Anzoletta che, alla prima occasione, se ne tornò a Crespano per risposarsi con il crespanese Francesco Sartori…).
Antonio Canova, ph: Fabio Zonta
La tradizione popolare, soprattutto quella ottocentesca, non è mai stata tenera con la madre di Canova: le hanno riversato addosso le peggiori accuse, come quella di non essere stata capace di fare neanche un figlio perfettamente sano (poi, però, dal secondo matrimonio ne ebbe quattro di figli, tutti belli e sani…
Ma l’hanno accusata anche di peggio: di aver abbandonato suo figlio di neanche cinque anni, a Possagno, lasciandolo alle grinfie del nonno Pasino: ma secondo il modello familiare del Settecento toccava alla famiglia paterna allevare i discendenti maschi, per cui quando Angela Zardo tornò a Crespano per risposarsi, nessuno ebbe niente da dire che il piccolo Antonio Canova rimanesse a Possagno col nonno.
Perché così si faceva, allora.
Pasino Canova si portava in cava e nei cantieri il piccolo Tonìn, gli diede i primi rudimenti della scultura, scolpì assieme al nipote i due Angeli in pietra per l’altare della chiesa parrocchiale di Monfumo, costruì con lui gli altari maggiori della chiesa di Thiene e di quella di Galliera Veneta, quello della chiesa di S. Vito e di Sant’Angelo in Asolo e del nuovo duomo di Crespano.
Pasino, è vero, è stato un cattivo amministratore delle sue risorse e un uomo stravagante, il che talvolta procurava qualche mortificazione all’animo molto sensibile del piccolo Canova. Ebbe però, pronta ed acuta, l’intuizione delle eccellenti disposizioni del nipote in fatto di lavorar la pietra: se lo portava con sé nei lavori della villa del senatore veneziano Falier, ai Pradazzi di Asolo.
Fu così che Pasino, con l’autorevole appoggio del Falier, fece accogliere il ragazzo dallo scultore Giuseppe Bernardi nel suo studio nella vicina borgata di Pagnano.
E fu così che il novenne Canova si trovò operaio nella bottega del Bernardi a scolpire il marmo: non c’è dubbio che la prima esperienza lavorativa di Canova, caratterizzata dalla tradizione veneta degli artigiani della pietra e anche dalla particolare natura dei luoghi, tra le colline e le Prealpi venete, abbia lasciato in lui un’impronta indelebile, quella suggestione del bello naturale che non lo abbandonerà più per tutta la vita.

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