Le terrecotte di Canova

Il processo creativo di Canova era quanto mai complesso: dal disegno al bozzetto, dal modellino al modello di grandezza naturale fino al marmo.

Prima del disegno, di solito, c’era una lunga meditazione sui libri di storia o di mitologia, libri che lo stesso Canova comprava per la sua fornitissima biblioteca e che l’abate Foschi, il segretario dell’ambasciata veneziana a Roma, o lo stesso fratello Giambattista gli leggevano, mentre lui, Canova, rifletteva, disegnava, modellava.

A volte ci metteva mesi e mesi di schizzi su carta e di prove in argilla e stucco, prima di  decidere quale sarebbe stata la forma definitiva di un soggetto.  Talora anni prima di consegnare un’opera finita al committente: poteva addirittura capitare che i lavori andassero così per le lunghe che il primo committente fosse morto o fosse caduto in una disgrazia familiare o in un rovescio finanziario e non poteva quindi più permettersi di acquistare la statua.

In quel caso, l’opera tornava, diciamo così, libera nel mercato degli appassionati canoviani: in breve tempo subentrava un altro acquirente che si accaparrava la statua pagandola a peso d’oro…

I committenti non dovevano dar fretta a Canova né dovevano essere assillanti nel chiedere una forma o una posa o una narrazione che a Canova non risultasse congeniale. La creazione doveva essere tutta dell’artista: dall’invenzione alla definizione, dalla modellazione all’ultima mano.

Oggi, solitamente, il vasto pubblico conosce di Canova i marmi esposti nei principali musei del mondo, gli appassionati che arrivano a visitare il Museo di Possagno  hanno il privilegio di immergersi nel periodo creativo dell’artista, quello precedente all’opera finita, potendo ammirare tutte le fasi produttive dal disegno all’argilla al gesso.

Il bozzetto rappresenta una delle più importanti di queste fasi intermedie: nasceva in argilla, materiale morbido e facilmente modellabile, lavorata addosso a un’anima di ferro e legno che la sosteneva.

 

Nel bozzetto, l’artista dava al soggetto, che fino a prima aveva solo disegnato in un foglio bidimensionale di carta, la tridimensionalità necessaria per vederlo nello spazio.

Nascevano velocemente i bozzetti, con rapidi colpi di spatola, con sapienti pressioni delle dita sul materiale molle che docilmente si lasciava plasmare: restano tracce dei polpastrelli di Canova che abbozzava con voluta indeterminatezza le figure senza curare i particolari ma cogliendo la sintesi del momento narrativo.

Di bozzetti per una singola opera, Canova poteva realizzarne diversi, magari con poche varianti uno dall’altro: come per Amore e Psiche che si abbracciano o Maddalena penitente; ma così anche per la principessa Esterhazy Lichtenstein o per il Monumento a Tiziano che avrebbe dovuto erigere ai Frari di Venezia e che non realizzerà mai. Spesso il bozzetto veniva cotto per consolidarlo. E rimaneva nelle collezioni canoviane a ricordo della prima idea dell’artista, una sorta di moto spontaneo e libero dell’ingegno creativo, tanto amato dai romantici e dallo stesso Carlo Scarpa che volle racchiudere quei piccoli tesori nelle sue originalissime teche in cristallo, nell’ala di Possagno da lui progettata.

 

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