La grandiosa storia di Ercole e Lica

Nella primavera del 1795, la statua canoviana di Venere e Adone, acquistata dal marchese Francesco Berio, arrivò a Napoli e fu collocato dentro un tempietto fatto appositamente costruire per accoglierlo nel giardino del palazzo Berio, una dimora bellissima, opera cinquecentesca di Giulio Romano e restaurata da Carlo Vanvitelli, in centro città (oggi via Toledo).
Venere e Adone fece “un grande strepito” a Napoli tanto che i marchesi, dopo un po’ di giorni di ressa, dovettero addirittura chiudere il tempietto e vietare le visite perché vi andava troppa gente.

Indubbiamente, il gruppo di Venere e Adone consacrò Canova a Napoli come scultore della grazia.
E, a dirla tutta, dire che uno scultore è grazioso aveva allora (e forse anche adesso) una accezione non del tutto positiva: significava forse che era un artista sdolcinato, molle, effeminato. Incapace di proporsi come scultore del genere forte e robusto. Erano discorsi che oggi forse non interesserebbero a nessuno. Ma allora, specie negli ambienti dei collezionisti e degli accademici, avevano il loro peso. La nomea di un artista si nutriva anche di questi discorsi animati di sicuro dall’invidia e dalla malevolenza che tra gli artisti, specie a Roma, si scatenava spesso contro Canova.

Nel breve soggiorno napoletano, il conte Don Onorato Gaetani dell’Aquila D’Aragona, maggiordomo reale (1749 – 1815), uno dei collezionisti più vivaci nella città partenopea, invitò Canova a cena, nella sua augusta dimora; c’era con lui anche Antonio D’Este, un coetaneo veneziano di Canova, suo compagno di studi e collaboratore nell’atelier romano di scultura.
Durante la serata, un discorso tirava l’altro, come spesso succede: si parlò del gruppo di Venere e Adone appena arrivato a Napoli, si accennò al genere grazioso e a quelle dicerie sul conto di Canova capace di fare solo quel tipo molto dolce e tenue di sculture…
E Don Onorato rimase un po’ sconcertato e anche divertito a sentire quelle cose, e propose a D’Este di far scolpire a Canova una statua “che rappresenti Ercole furioso che getta Lica in mare”, così da far “tacere le sconsigliate lingue che abbaiano a sproposito” …
Insomma, l’Ercole e Lica di Canova sarebbero nati quasi per una scommessa, una sorta di commissione fatta per mettere alla prova quello che stava per diventare uno dei più grandi scultori di sempre.

Il colosso dell’Ercole sarebbe stato collocato nel giardino domestico di Don Onorato, per dare ulteriore prestigio alla famiglia patrizia dei Gaetani e avrebbe coronato il fastoso matrimonio dello committente con Donna Gaetana Caracciolo Duchessa di Miranda, figlia ed erede di Don Francesco, Principe ereditario di Avellino, il successivo 25 marzo 1797.

Per Antonio Canova, invece, il nuovo incarico rappresentava una sfida immensa: non solo per il soggetto eroico che trattava ma anche per tradurre in scultura uno dei miti più famosi dell’antichità, raccontato da Sofocle nelle Trachinie (ma anche da Seneca e da Ovidio).

Ercole, con la sposa Deianira, si recò dall’amico Ceice ai piedi del monte Eta. Dovendo, lungo il tragitto, traversare il fiume Eveno, accettarono di farsi traghettare dal centauro Nesso che, in realtà, innamoratosi della donna, cercò di rapirla.
Ercole si adirò con Nesso e lo colpì con una delle sue formidabili frecce. Il centauro fu colpito in pieno ma, prima di morire, per vendicarsi, diede alla donna un po’ del suo sangue col quale avrebbe potuto preparare un unguento che le avrebbe permesso di conservare l’amore di suo marito.

Tempo dopo, Ercole, per aver vinto una spedizione in Tessaglia, conquistò come bottino di guerra la giovane Iole, figlia di Eurito. La moglie Deianira, saputo che Iole era stata assegnata a Ercole, cercò di riconquistare il marito con un unguento preparato con il sangue del centauro Nesso. Intrise una bianca camicia con questo unguento, e diede l’indumento al servo Lica perché lo consegnasse ad Ercole.
In realtà il sangue che Nesso aveva dato alla donna era velenoso e quando Ercole indossò la veste il veleno cominciò a penetrargli nella pelle infiammandola e quasi rendendolo pazzo dal dolore: cercò di strapparsi la camicia di dosso, ma senza riuscirci.
Preso da violenta ira, Ercole afferrò l’innocente Lica e lo scagliò così lontano che cadde in mare e si trasformò in scoglio. La storia giunge all’epilogo con Deianira che, saputo cosa aveva prodotto il suo unguento, si suicidò mentre Ercole, dopo aver dato in sposa Iole a suo figlio, si portò sul monte Eta per finire le sue sofferenze tra le fiamme di un rogo.
E qui, mentre bruciava, giunse dal cielo la dea Atena con un cocchio a prendere l’eroe e portarlo con sè sul monte Olimpo, dove Zeus gli fece dono dell’eterna giovinezza.

Il racconto era famoso tra artisti, collezionisti e intenditori soprattutto per la descrizione che ne aveva fatto Seneca nella sua tragedia “Ercole sul monte Eta”, pubblicata all’inizio del Settecento dalla tipografia del Seminario di Padova, dove aveva studiato il fratello di Canova, Giovanni Battista Sartori.

Canova, appena tornato a Roma alla fine di aprile 1795, fece dell’opera un piccolo bozzetto in cera e stese la proposta del contratto di acquisto (inviata da Roma a Napoli, al Caetani, il primo maggio dello stesso anno): l’artista si impegnava a fare prima il modello in gesso (come sempre faceva per le sue opere, da almeno una quindicina d’anni) e poi, entro tre anni, avrebbe tradotto il gesso nel marmo “alto palmi romani dodici in tredici” (che voleva dire pressappoco una statua colossale alta quasi tre metri e mezzo…). Da parte sua, Don Onorato si impegnava a versare la incredibile somma pattuita di tremila zecchini d’oro, da versare in tre rate: “un terzo subito, un terzo a metà dell’opera e il rimanente da saldarsi al compimento”…

A giugno, però, Canova non poté più occuparsi dell’opera perché dovette recarsi a Venezia dove collocò, all’Arsenale, il Monumento all’Ammiraglio Emo: nella città lagunare mostrò ad alcuni amici quel bozzetto in cera della statua di Ercole e Lica, ricevendone pareri lusinghieri.
Il 7 luglio, da Venezia, lungo il Terraglio, arrivò a Treviso e continuò per la strada Feltrina fino a Possagno: voleva recarsi al cimitero del suo paese natale per portare un fiore alla nonna, Caterina Ceccato, che era morta il 9 febbraio precedente mentre lui era a Roma.
Alla fine di luglio, Canova era già a Padova per poi tornare a Venezia dove, il 19 settembre, il Senato Veneto lo informò di avergli assegnato per il Monumento Emo una pensione vitalizia di 100 ducati d’argento mensili.

Ad ottobre 1795, Canova era già rientrato a Roma per dedicarsi alle numerose opere che gli avevano ordinato, tra cui, appunto, l’Ercole e Lica: dell’enorme statua, egli fece prima l’argilla, poi iniziò il modello in gesso che terminò solo all’inizio di aprile dell’anno dopo, il 1796…
Quindi tutto lasciava prevedere che quella statua gigantesca sarebbe stata finita molto presto.

E invece, per un anno e mezzo, Canova praticamente non ci mise più mano: scolpì invece due bassorilievi con le Opere di misericordia, realizzò la Ebe per Giuseppe Albrizzi, modellò una stele a Nicolò de Azara, continuò a lavorare “come un disperato” (confida all’amico veneziano Giuseppe Falier) sui modelli del Discobolo, del Creugante, del Damosseno, dell’Amore e Psiche… ma dell’Ercole neanche un cenno.

Eppure il blocco, l’enorme blocco di marmo, era già stato trainato dalle alpi Apuane, giù fino a Viareggio e da lì, via Tirreno, fino a Roma lungo il Tevere.

Ma appena si cominciò a sgrossarlo, si capì subito che c’era qualcosa che non andava: i marmorari che avevano l’occhio esperto di marmi e pietre, scuotono il capo. Accorre Canova che osserva il blocco e si accorge che quella pietra non è delle migliori. E lo confida, infatti, al suo amico, Daniele degli Oddi, in una lettera del 1798: “il masso che mi è arrivato è cattivo, ed io voglio farlo in un altro migliore”. Poteva succedere che un blocco di marmo risultasse difettato, scheggiato, crepato, annerito, venato, persino marcio… E allora bisognava trovare un altro pezzo di marmo, migliore del precedente, andarlo a scegliere su nelle cave di Carrara, portarlo fino a Roma… Anni ci sarebbero voluti per andare avanti con quella statua colossale.

E poi, e poi c’era dell’altro. C’era che… Napoleone era arrivato in Italia, già nel 1796, a diffondere le idee rivoluzionarie nelle nostre regioni.
E non era una lezione o un’accademia: in Italia, Napoleone era arrivato con le sue armate.
L’idea era quella di conquistare militarmente, politicamente, culturalmente la Penisola, abbatterne gli Stati, rapirne i capolavori, isolare gli oppositori, mettere in fuga i conservatori, sottomettere le istituzioni, addomesticare le università, stravolgere leggi e statuti…

Canova apparteneva ad un mondo che in pochi anni era stato stravolto. E ogni rivoluzione che si abbattesse contro quel suo mondo gli faceva terrore.

Nato nel profondo Veneto rurale, formato nelle creative aule dell’Accademia veneziana, cresciuto all’ombra della Chiesa romana, legato ai valori della tradizione e della religione, quando Venezia finì di esistere (12 maggio 1797), Canova entrò in una profonda crisi umana ed esistenziale.
Una sorta di depressione culturale. Scrisse al suo amico Giuseppe Falier (un coetaneo veneziano di estrazione nobile): “vedo l’Italia tutta, anzi l’Europa tutta, talmente rovinosa che se non fossi trattenuto da tante cose che mi incatenano qui, sarei tentato di andare in America, perché mi sento morire per il mio povero Stato di Venezia che io tanto amo”…

Quando Venezia, nel gennaio dell’anno dopo, venne presa in consegna dalle truppe austriache, Canova sembrò risollevato: finalmente le “teste calde” dei rivoluzionari francesi se n’erano andate e tornavano in città “la pace, la serenità, la sicurezza” che, per lui, erano “beni reali” fondamentali.

Ma le tribolazioni per Canova non erano finite: se Venezia era tornata sotto il dominio aristocratico, Roma invece veniva invasa dai rivoluzionari francesi: il pretesto dell’invasione fu l’uccisione di un generale dell’ambasciata francese, Mathurin-Léonard Duphot, avvenuta il 28 dicembre 1797 in un tumulto popolare provocato da rivoluzionari italiani e francesi.
Fu allora che il generale francese Berthier marciò sulla città senza incontrare resistenza, dandosi poi al saccheggio dei tesori d’arte del Vaticano.
Il 10 febbraio 1798, Pio VI fu costretto all’esilio: fatto prigioniero e dichiarato caduto il potere temporale della Chiesa, il papa venne trascinato a forza fuori dalla città (morirà ancora recluso, l’anno successivo, in terra straniera).

Una settimana dopo, venne proclamata la Repubblica romana; i francesi dilagavano per la Città eterna e occuparono i palazzi apostolici e i centri del potere amministrativo, giudiziario. Il nuovo regime fu accolto freddamente dalla popolazione romana, che, dopo aver subìto i saccheggi che avevano accompagnato la presa della città, dovette accollarsi anche le pesanti imposte richieste dagli occupanti: il 25 febbraio scoppiò una sommossa popolare, duramente repressa dai francesi.
Per Canova, quegli stravolgimenti imprevisti e violenti furono micidiali. Anche se i francesi lo nominarono membro dell’Institut National (il più importante organismo culturale), egli non poteva reggere il confronto con la devastante grandezza degli eventi.
Quando gli venne chiesto di “giurare odio ai sovrani”, Canova non seppe far altro che andarsene da Roma, con la famosa frase: “mi no odio nissun”.
La vita a Roma gli appariva oramai perversa e inquietante: consegnò il suo Studio alle cure di Antonio D’Este e riprese la via del Veneto (maggio 1798) assieme ai coniugi Giuli presso cui viveva.
Le cose erano davvero precipitate: i francesi occupanti Roma, quando videro nell’atelier di Canova il grande modello in gesso dell’Ercole e Lica lo interpretarono come la Francia (Ercole) che scaglia l’antico regime (Lica).
Ormai lontano dai clamori rivoluzionari, nell’agosto 1798, Canova si recò a Vienna, poi passò in Germania, dedicandosi al disegno e alla visita di collezioni d’arte (Dresda, Berlino, Monaco…). A settembre era già di ritorno a Possagno, per qualche giorno di riposo nella sua casa natale.
Poi si trasferì a Venezia, dove rimase per tutto l’inverno per dedicarsi alla pittura e alla modellazione di piccoli bozzetti.
Nella città lagunare veniva messo a conoscenza delle travagliate vicende romane: il 23 ottobre, il Regno di Napoli entrava nuovamente in guerra con i francesi, con l’appoggio della flotta inglese (comandata dall’ammiraglio Horatio Nelson, il vincitore di Abukir).
L’esercito napoletano, forte di 70.000 uomini reclutati in poche settimane e comandato dal generale austriaco Karl von Mack, entrò a Roma con l’intenzione dichiarata di ristabilire l’autorità del Papa.

Dopo solo sei giorni, il re di Napoli Ferdinando IV arrivò a Roma e la conquistò facilmente (i romani, che conservano anche nei momenti più drammatici quel tipico loro atteggiamento burlesco e irridente, lo prendevano in giro e lo motteggiavano perché si atteggiava a conquistare della città eterna….). Canova pensò che forse era il momento per lui di tornare finalmente a Roma…

Ma i francesi organizzarono una immediata e risoluta controffensiva capitanata dal generale Jean Étienne Championnet che sbaragliò rapidamente l’esercito napoletano alla battaglia di Civita Castellana (5 dicembre 1798) e i napoletani furono costretti alla ritirata che ben presto si trasformò in rotta. E per Canova fu un’ulteriore delusione che lo costrinse a restare a Venezia.
Nel frattempo Onorato Caetani, forse spaventato da queste vicende militari, scriveva a Canova di voler rinunciare alla commissione dell’Ercole e Lica.
D’Este e Canova, allora, cercarono nuovi possibili committenti per quest’opera eccezionale, grandiosa e… costosa.
L’opportunità capitò quando l’esercito austriaco, a Magnano, vicino a Verona, il 5 aprile 1799, sconfisse le truppe francesi.
I Veronesi, che non hanno mai sopportato la presenza dei francesi in Italia, esultarono per questa vittoria: alle manifestazioni popolari di festa si unì il governo cittadino, che volle manifestare la gratitudine di Verona deliberando di elevare un monumento “a eterna memoria delle vittoriose Armi Austriache ” in Piazza Bra’ (nella stessa piazza, cioè, in cui i Giacobini francesi, nel maggio 1997, avevano distrutto la statua che rappresentava “Venezia e l’Adige”…).

Per il nuovo monumento ci voleva una grande statua e un grande artista; e, manco a dirlo, venne fuori il nome del Canova (suggerito da un padovano, Giovanni de Lazara, autorevole figura di critico d’arte): Canova si trovava allora ancora a Possagno, in attesa che la situazione politico-militare in cui si trovavano gli stati italiani, si calmasse.
Il de Lazara si rivolse a Tiberio Roberti, un conte di Bassano, amico da lunga data dei Canova di Possagno, perché chiedesse a Canova l’impegno di fare il grande monumento chiesto a gran voce dai veronesi.

Canova rimase colpito e lusingato per la scelta e pensò di consegnare a Verona proprio quella statua di Ercole e Lica che non era più richiesta dal principe Caetani di Napoli: il gigantesco gruppo poteva benissimo rappresentare Lica, simbolo della “licenziosa libertà”, scagliato da Ercole, simbolo dell’ordine imperiale austriaco….
Cominciò un fitto scambio di lettere tra Canova, Roberti, de Lazara e la municipalità veronese finché fu siglato l’accordo per tremila zecchini.
Ma c’era un ma, grande come una casa: Francesco II, imperatore d’Austria, con un dispaccio del 22 giugno 1799, vietava perentoriamente di innalzare quel monumento a Verona perché l’Imperatore era “troppo sensibile ai danni sofferti da codesta Provincia onde permettere per ora un nuovo aggravio a codesti abitanti”… Amen.

Canova, intanto, continuava ad attendere che a Roma le cose si calmassero. Il suo massimo desiderio era di riprendere l’attività di scultura nel suo atelier.
Non avendo marmo da scolpire in Veneto, passava il suo tempo a dipingere e a disegnare: eseguì il quadro delle Grazie e il suo Autoritratto, dipinse la grande pala della Deposizione di Cristo da mettere sull’altar maggiore della chiesa parrocchiale di Possagno…
Ai primi di settembre 1799 arrivò la notizia da Valence, in Francia, che il papa Pio VI, ancora prigioniero di Napoleone, dopo pochi giorni di malattia, era deceduto: per Canova fu un nuovo dolore che andò ad incupire la sua sensibilità già provata.
Venne a sapere, fra l’altro, che il corpo del pontefice rimaneva insepolto per ordine delle autorità francesi, chissà per quanto tempo. E questo suonava come l’ennesimo atto di scherno e di sprezzo verso i cattolici, la Chiesa, l’istituzione papale: la salma di quel vecchio neanche da morto veniva lasciato in pace.

Intanto, a Roma, le cose mutavano velocemente: il 19 settembre, i francesi avevano abbandonato la città e il 30 settembre erano subentrati i soldati napoletani per dichiarare finita la Repubblica Romana e imporre il loro dominio.

A Venezia, provincia dell’Austria, il 30 ottobre 1799, alla presenza di molti vescvovi, si tenne l’orazione funebre per Pio VI (senza la salma del pontefice che rimaneva insepolto, in Francia). Un mese dopo, mentre il Sacro Collegio dei cardinali (appena 35), si riuniva nel monastero dell’isola di San Giorgio per eleggere il nuovo Papa, Canova decideva di ripartire dal Veneto e tornare a Roma, visto che la situazione politica si era notevolmente calmata.
Avrebbe potuto rimanere a Venezia, dove gli Austriaci gli avevano garantito un vitalizio mensile.
Ma Canova era un artista che amava il quieto vivere e soprattutto riteneva che solo a Roma la sua arte poteva trovare l’ambiente ideale ai fini dell’ispirazione. Roma era la città depositaria dei valori dell’arte classica sotto il meraviglioso “cielo mediterraneo”.

Certo, Roma sotto l’occupazione napoletana non era il massimo…
Anzi: qualche pensiero di ritorno a Venezia Canova ce l’ha avuto, soprattutto quando venne a sapere che Selva aveva già costruito un suo studio, a spese del governo austriaco, ma poi pensava che lì a Roma poteva contare nell’aiuto del suo amico scultore Antonio D’Este (che diventò da quel momento segretario del suo Studio) e poi accettarono di andare a vivere con lui, a Roma, anche il fratellastro, l’abate Giovanni Battista Sartori che aveva appena cantato la sua prima messa nel Seminario di Padova, e la sua stessa madre, Angela Zardo…

E quindi fu Roma la sua residenza. Roma per sempre. Anche se ancora senza Papa (a Venezia, infatti, i cardinali non riuscivano a mettersi d’accordo su un nome di pontefice che potesse riportare il Papato al suo antico splendore e che, allo stesso tempo, non fosse proprio contrario al nuovo corso degli eventi rivoluzionari francesi).

La Francia, dal canto suo, negava risolutamente di voler mandare la salma del povero Pio VI in Vaticano e permise solo che fosse finalmente sepolto, il 29 gennaio 1800, come un semplice cittadino, nel cimitero comunale di Valence, senza nessun monumento particolare che ne indicasse la sacra regalità.
Anzi, sulla cassa gli fu scritto: «Cittadino Giannangelo Braschi – in arte Papa».

Canova, rientrato a Roma, trovò il suo Studio custodito da alcuni soldati francesi che gli permisero di riprendere la sua attività di scultore: e lui, infatti, si rimise subito a lavorare. Per prima cosa, si mise a lavorare sul Monumento a Francesco Pesaro, modellò il bozzetto del Compianto di Cristo, poi spedì a Vivante Albrizzi di Venezia il marmo ormai concluso della Ebe; ebbe anche l’incombenza di trasferire la sua abitazione dai Greci a Piazza di Spagna.

Ai primi di gennaio del 1800, il Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma, Vincenzo Pacetti, fece (finalmente) accogliere Canova tra i suoi membri: c’era semmai da meravigliarsi che Canova non facesse già parte di quell’Accademia. E invece non c’era mai entrato… perché sappiamo bene come le solite gelosie cercassero di colpirlo in tutti i modi. Canova a Roma aveva avuto fino ad allora una fortuna immensa ed erano in molti che cercavano qualche pretesto per demolirlo… Di Canova si dicevano tante cose: che era capace solo di fare statue graziose, poi si sospettava di essere diventato amico dei giacobini (aveva infatti già accettato commissioni da Gioachino Murat e da Giuseppina Beauharnais, rispettivamente cognato e moglie di Napoleone); per di più veniva male interpretata la sua ritrosia a rendere omaggio al nuovo papa Pio VII (entrato a Roma il 3 luglio 1800)…

E l’Ercole e Lica?

Quella statua colossale giaceva su un cantone del grande Studio di Canova. Ormai pareva a Canova che non sarebbe stata più richiesta da nessuno.
E invece, per quelle coincidenze strane, il problema si risolse in breve tempo: viveva a Roma, ormai da alcune generazioni, una famiglia di banchieri, originaria della Francia: erano i Torlonia, così famosi e ricchi che avevano un potente portfolio di clienti, borghesi e aristocratici, politici ed ecclesiastici, delle principali Famiglie europee.

La ricchezza dei Torlonia aumentò enormemente quando molti aristocratici, a corto di denaro e caduti in disgrazia per i numerosi rivolgimenti politici di quegli anni, finirono per ipotecare e poi per svendere le loro proprietà immobiliari e le opere d’arte prima di tutto. I Giustiniani, che cedettero quasi tutta la loro collezione di sculture antiche per pochi soldi, definirono sprezzantemente Giovanni Torlonia “scaltro cambiavalute francese”.

Con la ricchezza arrivarono anche gli onori: per i suoi meriti “commerciali”, Giovanni acquisì il titolo di marchese di Romavecchia, principe di Civitella Cesi, duca di Poli e Guadagnolo e infine, grazie a un matrimonio, principe Cesarini Sforza.

Fu proprio Giovanni Torlonia che acquistò da Canova, nel 1801, l’Ercole e Lica impegnandosi a pagare per la grandiosa opera ben 18.000 scudi: l’artista cominciò subito a far sgrossare il nuovo blocco di marmo: l’opera era a buon punto dopo un anno, nel 1802, ma venne interrotta nuovamente fino al 1812, quando Canova cominciò a lavorare l’ultima mano del gruppo, tra dolori fortissimi che da anni avvertiva al ventre e che lo debilitavano fino allo spasmo.

L’Ercole venne terminato nel 1815 non senza qualche contrasto con Giovanni Torlonia: Canova infatti minacciò di rinunciare a concludere il lavoro se non fossero state garantite una collocazione e un’illuminazione consone all’importanza dell’opera: Torlonia accettò allora di far costruire dal Valadier una sala rotonda con cupola a luce zenitale decorata dal Coghetti.

Finalmente nel 1815, l’Ercole e Lica di Canova ebbe la sua trionfale inaugurazione, con grande successo di visiatotori. E Canova, finalmente, vinse la scommessa “antica” di essere non solo uno scultore di statue graziose ma anche un artista di opere eroiche.

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