L’ ABATE CHE TRASFORMO’ IL SUO PALAZZO NELL’UNIVERSO DELLE ARTI

Chi va nella parrocchia di San Luca a Venezia, può ancora adesso ammirare un vecchio palazzo di stile moresco, dai tratti un po’ veneti e un po’ bizantini, costruito ai tempi di Ezzelino da Romano, dalla famiglia dei Dàndolo.
Anche se alla facciata gli han dato un intonaco infelice, come fosse “un belletto su senile faccia a velarne i solchi del tempo”, eppure è ancora possibile ammirare gli ornati originali, i capitelli moreschi, i binati graziosi delle colonnette…

Provate ad andarci in San Luca e vedrete anche voi che questo palazzo ha un’aria “gentile per lo squisito disegno di un’architettura bizantina”, fino almeno al secondo piano.Dal 1584, risiedeva in questo palazzo, “divenuto per il tempo malconcio”, il collegio delle nove Congregazioni del Clero e, nel 1669, fu acquistato da Anton Francesco Farsetti, appartenente alla nobile famiglia toscana dei Farsetti che vi intraprese un vasto restauro che lo rifece come nuovo. Farsetti aveva idee di grandezza e spese su quel palazzo a piene mani le ricchezze della sua famiglia. Lo rese “teatro del suo genio e albergo delle arti belle”. Radicale fu la rifabbrica dell’intero palazzo: l’atrio d’ingresso si affaccia grandioso allo sguardo. C’erano quattro statue, in pietra cotta, due del Marinali e altrettante della scuola del Bonazza.
La gradinata era (ed è) magnifica, in tre rami, d’ordine dorico, ricca di marmo, sia nei ripiani che nelle pareti. Nel ramo di mezzo dei balaustri sono riempiti i parapetti di fregi di bronzo e ad ogni lato esterno stanno due teste di leoni, pure di marmo, analoghe a quelle che tre stupidi hanno verniciato di rosso in piazza San Marco qualche giorno fa.

Tra i discendenti di Anton Francesco Farsetti, ci fu l’abate Filippo che voleva imitare addirittura il re sole, Luigi XIV, fondando una scuola delle belle arti a Venezia, per dar modo ai giovani ragazzi della sua terra di studiare e imitare e riprodurre il bello classico.
L’abate Farsetti viaggiò molto fuori Venezia, andò a conoscere città e popoli e resti delle antichità e monumenti….
Viaggiò a Parigi, a Londra, a Roma…
Fece spese folli per acquistare da Roma tutte le copie (calchi in gesso) delle statue e dei gruppi antichi. Acquistò un gran numero di bronzi dei migliori maestri, i modelli dei più famosi scultori, gli schizzi dei pittori più celebri.
Gli piaceva procurarsi gli originali delle opere ma quando non ci riusciva voleva almeno comprarsi le copie in gesso.
E portava ogni cosa che prendeva nel suo palazzo di Venezia, la scuola d’arte più all’avanguardia d’Europa…
Ma c’era di più: fece ritrarre anche in sughero e in pietra pomice i modelli degli archi di Tito, di Settimio Severo, di Costantino, dei Templi di Cecilio Metello a Capo di Bove e della Sibilla di Tivoli. Non mancava neppure il modello della Fontana dei fiumi di Piazza Navona di Roma (calco oggi alla Ca’ D’Oro di Venezia).
Fece copiare i capolavori della pittura di Annibale Carracci della galleria Farnese e di Raffaello Sanzio dalle logge del Vaticano.
Per farla breve, Palazzo Farsetti era diventato il santuario delle ricchezze recuperate dai viaggi di questo monsignore d’altri tempi.
Ormai non era più un palazzo, era una vera e propria Galleria con annessa la pubblica accademia, la cui fama correva per tutta l’Europa degli intellettuali, grazie anche alla descrizione, che ne faceva un altro abate, Natale Dalle Laste, all’accademia di Cortona.
In quelle ricche sale si ammiravano alcune delle statue più belle di sempre: se si voleva vedere gli originali bisognava peregrinare mezzo mondo, se invece si andava alla galleria di Filippo Farsetti le si vedeva tutte insieme.


C’erano:
– l’Antino trovato a Villa Albani e portato al Campidoglio di Roma,
– il Gladiatore trovato ad Anzio e di proprietà del principe romano Camillo Borghese,
– il Torso di Apollonio conservato al Belvedere dei Musei Vaticani,
– il Redentore della Minerva in Roma di Michelangelo,
– l’Arrotino (degli Uffizi di Firenze),
– la Venere dalle belle natiche (oggi la si direbbe più pudicamente “Venere Callipigia”) della galleria Farnese (oggi, al Museo Archeologico di Napoli),
– il Gallo che uccide la moglie e se stesso (nel Settecento era chiamato Arria e Peto mentre oggi viene preferito il nome di Galata suicida, conservato nel Museo Nazionale Romano) il cui calco Farsetti è andato disperso,
– il Gladiatore (oggi è più conosciuto come il Gàlata morente) del Museo Capitolino di Roma,
– il Marte sedente (ai cui piedi Bernini aveva aggiunto l’Amorino) della Collezione Ludovisi (oggi al Museo Nazionale Romano: il gesso Farsetti era finito in un liceo veneziano senza testa recuperata e reintegrata solo nel 2004),
– l’Ercole Farnese (oggi al Museo Archeologico di Napoli),
– il Nettuno e Tritone di Gian Lorenzo Bernini scolpito per villa Montalto di Roma ma finito in Inghilterra nel primo Settecento (oggi: Victoria and Albert Museum di Londra),
– il Mercurio del Giambologna (oggi al Barcgello di Firenze),
– i Lottatori della Galleria degli Uffizi che Canova nel 1775 copiò in terracotta (oggi alle Gallerie dell’Accademia di Venezia),
– la Flora della collezione Farnese (oggi al Museo Archeologico di Napoli),
– il Centauro vecchio (marmo ai Musei Capitolini),
– il Bacco di Jacopo Sansovino (oggi al Bargello di Firenze) e un altro centinaio di statue in gesso…
Canova quando frequentava quelle sale si incontrava col Meleagro del Museo Vaticano che aveva vicino il Ganimede con l’aquila (che rimase a Villa Medici di Roma fino al 1780: oggi agli Uffizi). Ammirava la Venere che si leva lo spino dal piede della galleria di Firenze e poco più in là c’era il busto di S. Pietro in Roma.
Scorgeva bassirilievi di ornati, e figure in bronzo e pitture di Palma, Guercino, Andrea del Sarto, Paolo Veronese, Tiziano, Salvator Rosa, Zuccarelli, insieme a opere di maestri fiamminghi e olandesi….
Era davvero il museo dell’Universo.

Il piccolo Canova, l’orfano dello scalpellino Pietro Canova, aveva in un colpo d’occhio quanto di prezioso esisteva (ed esiste, per fortuna, tuttora) tra monumenti dell’antichità e del bel tempo d’Italia, a Firenze, a Napoli, e specialmente a Roma, la città che per la fantasia fervida di Canova associava le reliquie dell’arti antiche alle meraviglie delle arti rinascimentali e barocche.
Come succedeva in tutte le altre accademie pubbliche, l’abate Farsetti incoraggiava gli alunni con premi e acquisti di opere, stipendiava borse di studio, faceva incontrare gli allievi con personaggi da tutta Europa cultori del bello e collezionisti di antichità.
Canova la frequentò spesso quando era ancora tredicenne o forse quattordicenne: era andato a Venezia a lavorare nella bottega dello scultore Giuseppe Bernardi a Santa Marina dove lavorava mezza giornata come garzone e poi si fiondava nella galleria lasciandovi come suoi primi lavori, due “cestelle di frutta” (i “canestri” li chiamano qui a Possagno) in marmo, ad ornamento dello scalone (dal 1852, al Civico Museo Correr).
Morto il fondatore dell’Accademia, si continuò a tenerla aperta dal cugino ed erede, il conte Daniele Farsetti, e finché durò lo Stato di Venezia, il Governo della Repubblica non permise che la collezione venisse alterata o dispersa.
Dopo, quello che è accaduto dopo a quel palazzo non ve lo racconto perché mi piange il cuore…
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CALCO IN GESSO
Il calco in gesso è la copia di una statua. Il metodo per realizzare un calco è abbastanza complesso: 1- si parte con la creazione di un involucro negativo alla statua che si sta copiando; il negativo di solito è composto di molti tasselli interconnessi 2- entro cui si immette il “getto”, cioè il gesso liquido per fare il positivo. Il calco si riconosce perché le connessioni tra i singoli tasselli rimangono evidenti nell’opera finale per via delle bavette (o creste) che restano sulla superficie.
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DEDICA
Dedico questo post alla memoria del grande mecenate veneziano Filippo Vincenzo Farsetti (Venezia, 13 gennaio 1703 – Venezia, 22 settembre 1774)
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BREVE CRONOLOGIA DELLA GALLERIA FARSETTI
– 13 giugno 1755, la Galleria Farsetti venne aperta al pubblico nella dimora sontuosa dell’abate Farsetti sulla riva del Carbon, al Rialto di Venezia.
– autunno 1768, Antonio Canova seguì Giuseppe Bernardi Torretti nello studio di famiglia in Santa Marina a Venezia secondo un contratto che gli assicurava vitto e alloggio, e, dopo sei mesi, 50 soldi al giorno. E cominciò subito a frequentare alla sera l’accademia del nudo al “Fontegheto de la Farina” in bacino S. Marco. Morto il Bernardi nel febbraio 1773 e passato lo studio al nipote Giovanni Ferrari, detto anch’egli Torretti, Canova vi rimase per soli pochi mesi. Nel frattempo suo nonno Pasino aveva venduto un piccolo podere il cui ricavato gli permise di lavorare solo per metà giornata e di dedicare l’altra metà allo studio nella galleria di calchi di statue antiche e moderne dell’abate Farsetti (che gli commissionò due Canestri di frutta da porre nella scalinata del suo palazzo, oggi conservati al Museo Correr di Venezia).
– 1769-1771, Francisco Goya soggiornò a Venezia e frequentò la Galleria Farsetti.
– marzo 1778, venne redatto il primo catalogo dei calchi e delle opere presenti nella Galleria Farsetti: era evidente che, dopo secoli di primato della pittura, veniva dato in quella dimora affascinante delle bellezze universali un nuovo primato alla scultura, fino ad allora relegata a un ruolo di decorazione di ville e dimore e poco più.
– 1786, Goethe visita le collezioni dell’abate Farsetti, a Venezia.
– 1788, l’ultimo anno in cui la Galleria Farsetti tenne corsi accademici con la frequenza di studenti e artisti: negli anni successivi rimase aperta alle visite spontanee come salone delle collezioni di famiglia.
– 1790, il pittore Giovanni Carlo Bevilacqua frequentò la Galleria Farsetti.
– 1800, Hayez visitò le colezioni dei Farsetti.
– 1801, lo zar Pietro I di Russia acqusita dagli eredi Farsetti la collezione delle terrecotte e le porta in Russia (oggi all’Ermitage di San Pietroburgo).
– 1805, il Governo austriaco comprò i gessi della Galleria Farsetti e li assegnò alle collezioni delle Gallerie dell’Accademia.
– 1826, sciolta l’Accademia, il Palazzo fu acquistato dalla Giunta Municipale che vi trasportò, da Palazzo Ducale, la propria sede.
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FOTO
foto1, dal sito internetculturale: il Palazzo Farsetti a San Luca. Disegno di Marco Moro (1817-85), pubblicato dall’editore Giuseppe Kier in: “Venezia Monumentale e Pittoresca”, a Venezia nel 1866.
le foto seguenti sono di alcuni calchi della Galleria Farsetti: diversi di quei gessi passarono alle Gallerie dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.

 

di Giancarlo Cunial

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