I BASSORILIEVI CANOVIANI NELLE COLLEZIONI ZULIAN E REZZONICO

I BASSORILIEVI CANOVIANI NELLE COLLEZIONI ZULIAN E REZZONICO

Canova modellò i suoi bassorilievi in argilla e quindi assunse un formatore per fare un calco in gesso del modello in argilla.

Nel caso di questi rilievi, però, i gessi non erano stati pensati per essere trasferiti nel marmo, ma erano considerati opere finite e a sé stanti.

Questa cosa diventa chiara quando noi esaminiamo con attenzione la provenienza e la storia delle due serie di bassorilievi, quelli di Venezia e quelli di Roma.

Dalla corrispondenza col suo amico veneziano, l’architetto Gianantonio Selva, noi possiamo capire che quando Canova terminava un rilievo, lui ne spediva un calco ai suoi due primi mentori e protettori incontrati a Roma: l’ex ambasciatore veneziano Girolamo Zulian e il veneziano Abbondio Rezzonico, senatore di Roma.

Entrambi avevano ricevuto calchi in gesso anche di altre opere più recenti di Canova, per esempio il Genio piangente del Monumento a Clemente XIII, l’Amorino o la Psiche.

Ma i bassorilievi erano gessi speciali, praticamente unici.

Quando il Selva, il progettista della Fenice, e il primo protettore di Canova, Giovanni Falier, chiesero una copia dei primi bassorilievi, lo scultore dovette ammettere che semplicemente non poteva soddisfare il desiderio perché le forme erano state intenzionalmente rotte dopo il completamento delle due serie di rilievi per Zulian e Rezzonico.

Ecco uno stralcio di una lettera spedita all’amico Giuseppe Falier, il figlio del senatore Giovanni Falier “Raporto ai bassirilievi è vero che ne ho fatti, ma di questi tanto il Senatore (s’intende: Abbondio Rezzonico), quanto il Cavalier Zulian, che ne hanno i gessi se li sono fatti formare a bella posta, e poi hanno rotto il stampo, perché io non ò fatto fare la forma a mio conto come fo di qualche cosa quando è finita in marmo. Quei due signori mi hanno pagato, ed hanno speso più di duecento scudi per ciascuno con le casse, poi vi è stato il trasporto: se avessi avuto la forma Ella si potrebbe lagnare” (Canova a Giuseppe Falier, 30 agosto 1794).

Ed ecco, invece, lo scritto spedito a Selva, l’anno dopo: “Io vi dissi che vi avrei dato ben volentieri qualche pezzo dei bassorilievi, e quello della Psiche ma non quelli intieri, perché ho di già rotto il stampo di essi sino da quando furono fatti, e questo lo feci per fare un’attenzione al povero Cavaliere (Zulian), e al Senatore (Rezzonico), dunque intieri ora sarà impossibile che ve li potessi dare” (Canova a Selva, Roma, 29 marzo 1795).

Quindi, l’unica possibilità che rimaneva sarebbe stata quella di avere un nuovo calco da questi gessi. A dire il vero non era stato Canova ad insistere per distruggere le forme ma gli stessi due committenti Girolamo Zulian e Abbondio Rezzonico per rendere più preziosi quei gessi e aumentarne la quotazione del valore.

E forse a partire da questo caso, è possibile che Canova abbia adottato la procedura di distruggere non solo le forme dei rilievi ma le forme di ogni sua produzione statuaria, evitando così che qualcuno ne producesse copie all’infinito.

E’ la tecnica della cosiddetta “forma a perdere”.

Ecco perché i gessi in mostra nel suo studio di Roma divennero i “modelli originali” (altro che le copie, come qualcuno continua a dire!): i gessi di Canova infatti (quelli che ora sono nella Gipsoteca di Possagno) erano i prototipi, gli unici testimoni del lungo processo creativo dell’artista, mentre gli altri passaggi dell’opera, cioè l’argilla e il calco venivano deliberatamente distrutti.

L’astuta politica promozionale dell’artista lo spingeva a ribadire il carattere di originalità dei suoi rilievi che, grazie alla particolare tecnica di riproduzione, presentavano variazioni, talvolta anche significative, tra le varie versioni, ascrivibili, con ogni probabilità, all’intervento diretto dello scultore. In questo modo Canova si assicurava una sicura fonte di guadagno (i prezzi variavano dai cinque scudi per le opere piccole, ai venti per quelle di grandi dimensioni), insieme a un efficace mezzo di diffusione della propria opera.

Le collezioni dei rilievi canoviani (ma non solo: anche di altri gessi sempre di Canova) sono numerose. Le più famose per l’epoca sono due: quella di Zulian e quella di Rezzonico, due personaggi veneti che, a Roma, ebbero importanti rapporti d’amicizia e cospicue relazioni artistiche con Canova.

E’ l’ambasciatore veneto Girolamo Zulian che ospitò il giovane Canova al suo arrivo a Roma, nel 1779. Ed è lo stesso Zulian che gli mise a disposizione il suo segretario, l’abate Foschi, perché gli facesse apprendere bene l’italiano, nonché l’inglese e il francese, gli leggesse i classici greci e latini, lo istruisse nella mitologia.

Grazie all’ambasciatore Zulian, Canova conobbe i Rezzonico, i tre nipoti del defunto Clemente XIII (il cardinale Carlo, il procuratore veneto Ludovico e soprattutto il senatore di Roma Abbondio).

Il 28 dicembre 1779 il senatore Abbondio Rezzonico inaugurò con un fastoso banchetto la nuova sala di musica nel palazzo senatorio in Campidoglio, appena affrescata da Giuseppe Cades: in quell’occasione, Canova ebbe modo di conoscere l’incisore Giovanni Trevisan detto Volpato (che era di Angarano a poche miglia da Possagno), lo scultore Giuseppe Angelini, l’artista Gavin Hamilton, seguace di Mengs e appassionato ricercatore di pezzi antichi.

Nel 1785, Abbondio Rezzonico commissionò a Canova la grande Tomba per lo zio Clemente XIII, in San Pietro. A questa opera, Canova diede inizio ai primi di settembre 1787, dopo aver eseguito vari bozzetti.

Dalla biografia manoscritta di Canova si ricava che i bassorilievi, avviati dallo scultore nel 1783, vennero modellati tra il 1787 e il 1792, nei momenti di pausa, “di ozio e di sollievo” del Monumento funerario di Clemente XIII.

C’è da aggiungere che nell’aprile 1789, Canova aveva terminato un’altra opera famosa: il marmo dell’Amorino (commissione del colonnello John Campbell, scultura straordinaria dalla quale furono tratti calchi in gesso destinati a Giovanni Falier (fu danneggiato durante il trasporto a Venezia), a Rezzonico e a Zulian (l’unico dei tre ancora esistente).

Il grande Monumento Rezzonico venne finalmente inaugurato il 6 aprile 1792, alla presenza di Pio VI. Era la Settimana Santa e, come d’uso, il giovedì e venerdì santo, a sera, si accendeva la gran croce nella basilica, sicché l’effetto per il monumento fu spettacolare. Per sentire i commenti, Canova stesso si era mescolato tra la folla vestito da abate pitocco.

L’impresa per il Monumento Rezzonico aveva messo a dura prova le energie fisiche di Canova: tra l’altro la compressione del trapano sulla zona bassa del costato, soprattutto per l’esecuzione delle criniere dei leoni, gli procurò quella debolezza di stomaco che doveva tormentarlo per tutta la vita.

Agli inizi del maggio 1792, Canova fece un viaggio nel Veneto. Si fermò a Venezia alcuni giorni, accolto da Zulian. Poi passò a Bassano (Vicenza), ospite di Abbondio Rezzonico; a Crespano, per salutare la madre Anzola Zardo, e da lì, scortato dai compaesani in festa, si diresse alla nativa Possagno.

Tornato a Roma, nel 1793, Canova realizzò per la villa Rezzonico a Bassano la prima serie di tre bassorilievi: la Carità, la Giustizia (che era un getto unico) e la Speranza.

Seguì, nel 1794 la realizzazione di otto grandi bassorilievi in gesso rappresentanti episodi dell’Iliade di Omero (Achille restituisce Briseide; Ecuba presenta il peplo a Pallade), dell’Odissea di Omero (Ritorno di Telemaco in Itaca; Danza dei figli di Alcinoo), dell’Eneide di Virgilio (Morte di Priamo) e del Fedone di Platone (Socrate congeda la famiglia; Socrate beve la cicuta; Critone chiude gli occhi a Socrate). A questi otto vanno aggiunti i quattro bassorilievi della Speranza, della Carità, Dar da mangiare agli affamati e Insegnare agli ignoranti.

Di questi otto bassorilievi di gesso, vennero formate alcune serie per le più prestigiose residenze nobili tra Venezia, Padova e Roma, destinate a essere collocate in un unico raffinatissimo ambiente, una “sala canoviana”, espressione dello status elevato della committenza e della sua capacità di aggiornamento sul gusto neoclassico: i prototipi vennero conservati nello Studio di Canova a Roma e poi, morto l’artista, trasferiti a Possagno (1829) dove tuttora si trovano nella Giproteca di Possagno.

Ecco le copie:

– la serie bassanese in casa dei Rezzonico, appena ricordata, tra le più famose, ripetutamente ricordata dalle fonti contemporanee e massicciamente diffusa attraverso le incisioni;

– i bassorilievi di Girolamo Zulian, del 1794, nella sua dimora di Padova, poi passati a Firenze; c’erano anche le teste canoviane in gesso su tavoli a muro, a coppie, secondo il progetto dell’architetto Selva; inoltre c’erano le teste della Temperanza (o della Misericordia), del Genio Rezzonico (in mostra a Tefaf New York nel 2017), della Religione, di Clemente XIII;

– i bassorilievi del palazzo di Francesco Barisan a Castelfranco Veneto (Treviso), gettati dal gessino Vincenzo Malpieri, comprati dal Barisan nel 1813 (ed esposti nel 1814): si tratta di alcuni soggetti socratici messi a parete (Socrate beve la cicuta, il raro Apologia di Socrate e Critone chiude gli occhi a Socrate), quattro sopraporte (Socrate congeda la famiglia, Socrate difende Alcibiade a Potidea, due Opere di Misericordia), le otto teste canoviane in gesso poste su tavoli a muro, a coppie (Perseo, Paride, Palamede, Venere, Elena, Tre Muse e cioè: Tersicore, Clio, Calliope); la collezione dei quattro rilievi socratici del Barisan passò a Venezia, mentre il resto delle statue è stata probabilmente venduta e finita all’estero;

– la serie di bassorilievi del procuratore Antonio Cappello a Venezia (si tratta dei seguenti bassorilievi, oggi al Museo Correr di Venezia: La morte di Priamo; La danza dei figli di Alcinoo; Ecuba e le troiane offrono il peplo a Pallade. Furono inviati nel 1795-96 a Venezia con altri gessi al procuratore Antonio Cappello che li mise subito a disposizione dei giovani artisti veneziani nel suo appartamento che era alle Procuratie nuove, lo stesso edificio in cui c’è oggi il Correr);

– i rilievi di proprietà del senatore Giovanni Falier, primo protettore di Canova quando era studente a Venezia, e di suo figlio Giuseppe (Iseppo) Falier;

– le decorazioni per Villa Lante sul Gianicolo, a Roma;

– i bassorilievi della Salle à manger nella villa del banchiere Torlonia, a Roma;

– i rilievi della sala di Bernardino Renier;

– la collezione dei rilievi di Gianantonio Selva;

– la serie di rilievi del procuratore veneziano Antonio Cappello;

– i bassorilievi di Villa Albrizzi sul terraglio alle porte di Treviso di proprietà di Giuseppe Giacomo Vivante Albrizzi.

Per questi otto gessi è stata, come si vede, una riproduzione seriale, adottando come dicevo il metodo della “forma a perdere” che prevedeva la distruzione del negativo, dal quale, pertanto, era possibile ricavare un solo esemplare.

Nel 1795 entrarono nella collezione Rezzonico gli ultimi due gessi della serie, ispirati alle opere di misericordia: Dar da mangiare agli affamati e Insegnare agli ignoranti. In quell’anno si chiudeva l’intenso rapporto di Canova con il senatore, impegnato ad affrontare sempre maggiori difficoltà politiche, a Roma come nel Veneto, che di fatto gli impedivano qualsiasi nuova commissione all’artista.
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COLLEZIONE GESSI REZZONICO, DOPO CANOVA
Tra il 1833 e il 1837, la serie completa dei bassorilievi Rezzonico di Bassano furono venduti all’avvocato Antonio Piazza che li collocò nel suo palazzo di Via del Santo a Padova. La dimora fu poi dei conti di San Bonifacio. Di lì passarono nel 1984 in eredità in una residenza nella pianura veronese per essere acquistati, nel 1991, dalla Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, a Milano.
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COLLEZIONE GESSI ZULIAN, DOPO LA MORTE DI ZULIAN
Quando Girolamo Zulian morì, nel 1795, i suoi eredi diretti erano i cinque cugini della famiglia Priuli i quali vendettero i bassorilievi e i calchi di Zulian (tranne il busto della Religione e la testa di Clemente XIII) a Daniele degli Oddi (che aveva conosciuto Canova a Roma, nel 1792, su presentazione dello stesso Zulian).
Quando Canova era a Padova nel settembre 1795, passò una serata con Daniele degli Oddi e in quell’occasione probabilmente discusse proprio dell’installazione (o addirittura dell’acquisto) di quei gessi.
Dal palazzo degli Oddi a Padova, la collezione dei gessi di Zulian passò nel 1830 a Firenze.

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