COSA MI UNISCE A CANOVA – intervista a Gabriele Dadati

Intervista a Gabriele Dadati, autore di L’ultima notte di Antonio Canova, finalista al Premio Comisso e finalista al Premio Crovi.

GC: Fra pochi giorni sarai a Possagno, col tuo libro “L’ultima notte di Antonio Canova”…
GD: Per me sarà come un ritorno a casa….
GC: La tua scrittura è preziosa, ricca, viene come da lontano….
GD: Non so se e quanto sia stato notato, ma il mio romanzo fa un omaggio a Proust. Nel suo ciclo della “Recherche”, il primo romanzo comincia con “Longtemps je me suis couché de bonne heure”, cioè “Per molto tempo sono andato a coricarmi presto”, e l’ultima parola dell’ultimo romanzo è ancora “tempo”.
GC: E’ il tempo, quindi la chiave di lettura del tuo romanzo…
GD: Il mio romanzo comincia con “Infine, Aglietti si decise”. E si conclude con “Infine, toccò Elia su una spalla. Era ora che si svegliasse”.
GC: Lui parlava di tempo e tu?
GD: Io parlo di una fine (quello di Canova) e sono proprio tempo e ricordo che dilatano la fine che io racconto.
GC: Diceva Proust che ogni lettore, quando legge, legge se stesso. Insomma, l’opera di ogni scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. Ti riconosci?
GD: Sì, è vero. Anch’io cerco quello che ognuno di noi cerca: di dare un senso per poter sopportare.
GC: Nel tuo libro, Canova sul letto di morte, al fratello Giambattista rivela una conversazione che ebbe anni prima, alla corte di Napoleone, con una donna, Maria Luisa, poco più che bambina, imperatrice dei francesi.
GD: Quello degli ultimi istanti di Canova è un lungo e appassionato racconto tra due persone alla ricerca di una discendenza, di un figlio, che non arriva mai.
E trova, nella compassione dell’ascolto e nel conforto del sogno, il vero seme della sua discendenza…
GC: Cosa c’è di tuo in quella sofferta assenza di un figlio?
GD: A inizio 2012 mi scoprii malato di cancro: partito dal testicolo sinistro, era già al terzo stadio. Mi curai (due operazioni, di cui una tremenda; un’estate di chemio), entro l’anno fui dichiarato guarito.
GC: Fammi capire il legame tra questa esperienza dolorosa e il libro…
GD: Da quel momento mi trovai per forza di cose a ragionare sull’istinto paterno, sulla mutilazione che avevo subito, su quanto avevo fatto come scrittore e su quanto poco (forse) avevo fatto come uomo. Insomma: dove stavo io nel mondo, rispetto a mio padre, rispetto al figlio che non ho?
GC: Posso parlarne in facebook?
GD: Sì, certo, puoi parlarne: all’epoca scrissi una lettera aperta che molto girò.
GC: Perché hai scelto di non riservare solo per te questa vicenda?
GD: La mia vicenda è pubblica: ho deciso di dare senso alla mia malattia rendendola produttiva nella testimonianza. E’ assolutamente lecito citarla: ho scritto quel che ho scritto anche perché ho voluto leggere Canova e Napoleone in qualche modo prossimi a un universale (la solitudine tra le generazioni, il farsi del senso della vita quando è nella professione ma non nelle carni) che ha toccato e tocca anche me, ma che non mi appartiene in esclusiva.
GC: Sei un grande…
GD: Ma no, cerco quello che ognuno di noi cerca: di dare un senso per poter sopportare.
GC: Quello che mi fa dirti “grande” è che ne parli senza sofferenza, c’è nelle tue parole una sorta di discorrere stoico… Non so se si dice così, ma volevo rendere l’idea
GD: Nella rielaborazione, senz’altro. Nel mentre fu tremendo. Ma è appunto la rielaborazione che ci rende uomini.
GC: Chi ti ha insegnato a scrivere?
GD: Hanno contato tante cose. Una, ad esempio, è che fin da bambino in me si è instaurata la percezione che i libri sono oggetti relazionali, che aiutano a stare con gli altri. Questo è avvenuto perché mia madre, quando ero piccolo, mi leggeva i miti degli dei e degli eroi per farmi addormentare.
GC: Ecco il legame con la madre….
GD: Pavlovianamente, ho associato il benessere della sua presenza accanto a me al libro. Da allora, dentro di me è radicata l’idea che i libri (le storie in genere) “fanno stare con gli altri”. Altro elemento: da bambino un po’ più grande ho letto e riletto “I ragazzi della via Pal” sperando che il soldato semplice Erno Nemeseck alla fine non morisse. Ho cioè ricevuto una storia e ho provato, con la mia immaginazione, a modificarla: di lì in poi s’è radicata in me la convinzione che potevo lavorare sulle storie, che potevo indirizzarle.
GC:E lo studio? La scuola?
GD: Poi senz’altro c’è stata una grande gavetta, una grande pratica di scrittura e riscrittura. Un certo studio della storia delle letteratura, lo svilupparsi progressivo di una mia poetica (come voglio abitarla, io, la storia delle letteratura? Dove mi schiero? E per fare cosa?).
E così via.
GC: Grazie.
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GC: Giancarlo Cunial
GD: Gabriele Dadati

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